+ - =
+/-
OMCI - Organismo di Mediazione

Omci - Organismo di Mediazione e Conciliazione Italia

12
Ottobre
2019

SI RICORDA CHE SOLO GLI ORGANISMI DI MEDIAZIONE ISCRITTI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA E DI CONSEGUENZA I MEDIATORI ISCRITTI AD UN ORGANISMO SONO ABILITATI AD ESEGUIRE MEDIAZIONI;

Attenti a chi invia e- mail promettendovi di farvi fare Mediazioni, Consulenze a pagamento ecc, per Tutte le Materie che riguardano la Mediazione civile e commerciale scoprendo poi che non hanno Titolo in quanto non sono iscritti a nessun organismo o si fanno passare per Agenzie o liberi professionisti ma non sono iscritti all’albo Mediatori o Organismi di Mediazione. Lo diciamo perché addirittura a noi arrivano e mail con nomi di Presunti organismi o di Mediatori assolutamente non abilitati dal Ministero. Infatti solo gli Organismi iscritti al Ministero con tanto di numero R.O.M. possono eseguire Istanze Regolari e solo i Mediatori iscritti all’albo attraverso l’iscrizione ad almeno un Organismo iscritto al Ministero possono agire, tutti gli altri sono solo Irregolari e / o organismi in alcuni casi Cancellati che continuano ad operare senza essere Regolari, Questi Vanno segnalati al Ministero della Giustizia che prenderà i dovuti Provvedimenti; inoltre le consulenze in un organismo non vanno assolutamente pagate. Solo una volta depositata un’istanza se ci va una CTU sarà addebitata alle parti. Prima di tutto se volete vedere se un organismo è iscritto Regolarmente al Ministero, Verificatelo sul sito. https://mediazione.giustizia.it e lo stesso per il Mediatore. Anche questo infatti lo potete verificare sullo stesso sito e / o sul sito dell’organismo regolarmente Iscritto. Tutti gli altri sono irregolari e tutte le Promesse non avranno alcun Valore Legale. La realtà è che i costi della mediazione sono accessibili a tutti, ed inoltre una volta conciliato sarete segnalati dall’organismo di mediazione al ministero della Giustizia il quale provvederà  nell’anno successivo a rendervi quanto speso o in parte la somma sotto forma di credito d’imposta, senza alcun costo aggiuntivo per Voi e per lo Stato ed anche l’avvocato che vi assiste avrà costi molto meno esosi.                       La tranquillità che non esiste in un aula di tribunale, in mediazione sarete a vostro agio dall’inizio alla fine ed inoltre con un po’ di complicità delle parti, potrete eliminare tutti i disguidi avuti nel tempo, permettendovi di ritrovare anche a livello comunicativo ed emotivo, quella Pace e tranquillità che dovrebbe essere il principale Motivo per Vivere in una determinata Società, una volta finita la mediazione ogni rancore verso l’altro sarà superato, grazie anche alla preparazione del Mediatore in questo ambito fondamentale per essere un buon mediatore; La quasi certezza di non dover mettere consulenti tecnici: un buon organismo solitamente possiede tutte le figure che necessitano per la risoluzione di una determinata controversia, preparato sia a livello normativo, che tecnico, che comunicativo; In tutto il mondo, la Mediazione è usata da decenni, proprio per le sue caratteristiche di celerità, costi accessibili e preparazione dei mediatori, da noi ci sono voluti ANNI per avere questo strumento e risparmiare tempo, non farlo perdere ai Giudici e Finire tutto in tempi brevissimi a costo praticamente ridicolo, risparmiando e facendo risparmiare lo stato. Per i mediatori è importante invece effettuare i corsi da un organismo di mediazione che sia anche ente formativo per poter accedere subito e con certezza al tirocinio assistito. Non basta tutto questo per provare la Mediazione Civile? Provala, che tu sia un privato cittadino, un ente territoriale o pubblico, un’azienda (che può inserirlo anche nelle proprie clausole compromissorie/contrattuali), una Volta provata ti renderai conto che la Mediazione è Veramente l’unico modo per arrivare il prima possibile ad ottenere ciò che volevi in tempi rapidissimi!Per info: www.omci.org e per verificare se un Organismo è Legale controllate su https://mediazione.giustizia.it e fate lo stesso per il Mediatore.

La mediazione è uno strumento introdotto per consentire alle parti di evitare le lungaggini e le spese che comporta un giudizio dinanzi al Tribunale. Per tale ragione l’ingiustificata partecipazione di una delle parti alla mediazione comporta l’irrogazione della sanzione pecuniaria prevista dal’art. 8 comma 4 del d.lgs. 28/2010 s.m.i.. Nell’applicazione di tale sanzione al giudice non è consentito nessuna ambito di discrezionalità né sull’an né sul quantum della sanzione, evitabile, partecipando semplicemente all'intero procedimento di Mediazione;

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Sabato, Ottobre 12 2019
  
10
Ottobre
2019

Usucapione del coerede: va dimostrato il possesso ad excludendum;

Usucapione del coerede: va dimostrato il possesso ad excludendum;

La Cassazione (sentenza n. 22444/2019 del 21 Febbraio - 9 Settembre 2019) ha escluso la sussistenza di un rapporto di natura obbligatoria tra coerede e beni oggetto di comunione ereditaria.

Non è sufficiente un mero atto di interversione del possesso ma occorre dimostrare una relazione tra il coerede ed il bene, tale da escludere un’analoga possibilità di godimento da parte di altri eredi.

Questo è quanto stabilito dalla Cassazione Civile, Sez. II, con la sentenza 21 febbraio - 9 settembre 2019, n. 22444; I coeredi sono compossessori e non meri detentori dei beni ereditari. Ne consegue che, al fine di accertare l’avvenuto acquisto per usucapione di detti beni da parte di uno dei coeredi, questi dovrà provare un possesso esclusivo, tale cioè da precludere agli altri coeredi la possibilità di analogo godimento dei beni oggetto di interesse. Lo ha affermato la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza in commento, escludendo la sussistenza di un rapporto di natura obbligatoria tra coerede e beni oggetto di comunione ereditaria. A ciò consegue che ai fini dell’usucapione di detti beni non serve dar prova di un atto di interversione del possesso ma occorre piuttosto dimostrare un possesso ad excludendum. Il giudizio trae origine da una successione apertasi nel lontano 1946 e dalla domanda con cui, molti anni dopo, alcuni dei coeredi agivano in giudizio nei confronti degli altri, domandando lo scioglimento della comunione ereditaria. I coeredi convenuti si costituivano in giudizio e proponevano domanda riconvenzionale, chiedendo che venisse accertato l’avvenuto usucapione, da parte del loro dante causa (a sua volta erede dell’originario de cuius), su un immobile facente parte del compendio ereditario. Con sentenza non definitiva il Tribunale di Napoli rigettava la domanda di usucapione, ritenendo non vi fosse prova di un atto di interversione del possesso da parte del coerede dante causa. Quest’ultimo, con un atto del 1988, aveva infatti richiesto, anche a nome degli altri comproprietari, un contributo per la ristrutturazione dell’immobile oggetto della domanda riconvenzionale, riconoscendo in tal modo  - a detta del Tribunale - l’altrui comproprietà del bene. La sentenza di primo grado veniva appellata dai coeredi soccombenti ma la Corte d’Appello di Napoli respingeva il gravame. Dall’istruttoria era emerso infatti che già al momento dell’apertura della successione il dante causa dei ricorrenti occupava l’immobile assieme alla madre e che, anche quando vi aveva successivamente abitato con la propria famiglia, vi era stato comunque il consenso degli altri coeredi. Era stato poi accertato che questi aveva gestito la proprietà dell’immobile oggetto di riconvenzionale (ma anche di altri beni successivamente ricompresi nel compendio ereditario) per conto dei fratelli. Questi ultimi avevano tra l’altro pagato le imposte sul bene, indicandolo come oggetto di comproprietà nella dichiarazione di successione ed includendolo anche in un successivo progetto di divisione della comunione ereditaria: atto, quest’ultimo, nel quale la Corte territoriale aveva ravvisato una rinuncia tacita all’usucapione. Una serie di elementi probatori e circostanze, dunque, che a detta della Corte d’Appello denotavano  l’assenza di un possesso esclusivo dell’immobile da parte del dante causa dei ricorrenti, precludendo pertanto il perfezionarsi dell’usucapione. I coeredi soccombenti proponevano ricorso per la cassazione della sentenza d’appello, rilevando in particolare come la Corte di merito li avesse erroneamente qualificati compossessori e non detentori dei beni ereditari e che un atto di interversione del possesso sarebbe stato necessario solo in caso di godimento separato di parte dei beni. La Cassazione condivide la valutazione della Corte d’Appello, ritenendo corretto qualificare i coeredi come compossessori e non detentori del bene ereditario, non essendo stato provato il possesso esclusivo da parte del loro dante causa. Prescindendo dal caso in esame, gli Ermellini osservano che i coeredi non possono qualificarsi detentori dei beni ereditari, difettando un rapporto di natura obbligatoria tra questi e i beni oggetto della comunione ereditaria. Ne consegue che, ai fini dell’usucapione di beni ereditari, a nulla serve dar prova di un atto di interversione del possesso, dovendosi piuttosto provare un possesso ad excludendum, vale a dire una situazione in cui il rapporto materiale tra il coerede e i beni ereditari è tale da escludere gli altri coeredi dalla possibilità di instaurare con essi un rapporto analogo. Tornando all’analisi del caso in questione la Corte reputa quindi irrilevante che il riferito dante causa avesse utilizzato e amministrato il bene ereditario, mentre gli altri coeredi si erano astenuti da analoghe attività: vale infatti la presunzione, pur suscettibile di prova contraria, che questi abbia agito anche in nome e per conto degli altri eredi (in tal senso si vedano Cassazione civile sez. II, 16/01/2019, n. 966; Cass. 04/05/2018, n. 10734; Cass. 25/03/2009, n. 7221). Le circostanze accertate nel giudizio di merito, insindacabili in sede di legittimità, hanno inoltre confermato che il godimento dei beni ereditari era avvenuto non uti dominus ma con il consenso degli altri coeredi, che gli avevano delegato la gestione e l’amministrazione dei numerosi immobili confluiti poi nel compendio ereditario. Ad analoghe conclusioni conduce l’analisi dei documenti e delle richieste di prova trascritte in ricorso, anch’essi inidonei, secondo la Cassazione, a dar prova dell’esistenza di un possesso esclusivo. In base a tali considerazioni la Corte ha quindi rigettato il ricorso, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e al versamento di un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato e pari a quello dovuto per il ricorso principale, così come previsto dall’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Giovedì, Ottobre 10 2019
  
28
Settembre
2019

Niente dissenso dalle liti quando l’amministratore agisce in autonomia;

Il dissenso dalle liti (art. 1132 del codice civile) non è consentito nei giudizi in cui l’amministratore ha autonoma legittimazione processuale

Non si può dissentire dalle liti condominiali nelle cause in cui l’amministratore agisce autonomamente senza l’autorizzazione dell’assemblea. È quanto ha affermato il tribunale di Roma (sezione V), con sentenza n. 12803/2019.

La vicenda

La vicenda portata all’attenzione del giudice capitolino nasce dall’impugnazione di una delibera da parte di alcuni condòmini, i quali ne chiedevano l’annullamento o la dichiarazione di nullità, nella parte in cui addebitava loro somme per spese legali relative ad una causa intentata da un altro condomino nei confronti del condominio nonostante il loro dissenso dalla lite nei termini di cui all’art. 1132 c.c.

Per il tribunale di Roma, tuttavia, il motivo è infondato.

Quando è valido il dissenso dalle liti

L’azione promossa dall’altro condòmino (per la quale erano state addebitate le spese), afferma il giudice romano, è un’impugnazione di delibera assembleare, “per cui all’amministratore compete il potere di costituirsi in giudizio senza necessità di autorizzazione dell’assemblea (cfr. cass 1451/2014).

Inoltre, come recentemente osservato dalla Cassazione con sentenza n. 7095/2017 ha ricordato il Tribunale, nel confermare in toto questo principio, nei giudizi aventi ad oggetto l’impugnazione di delibere assembleari, “al singolo condòmino che, eventualmente, dissenta dalla costituzione in giudizio, non è consentito separare la propria responsabilità da quella degli altri condòmini in ordine alle conseguenze della lite, ai sensi dell’art. 1132 c.c., ma solo ricorrere all’assemblea avverso i provvedimenti dell’amministratore, ex art. 1133 c.c., ovvero al giudice contro il successivo deliberato dell’assemblea stessa”.

Invero, il presupposto di attribuzione al singolo partecipante del diritto di dissenso è “la sussistenza di una delibera dell’assemblea di promuovere la lite o resistere in giudizio; in tanto, cioè, sussiste la facoltà individuale di estraniarsi dalla responsabilità per soccombenza, in quanto si verta in ambito di controversie non rientranti nella sfera di autonoma attribuzione della legittimazione processuale dell’amministratore”.

Per cui la domanda va rigettata con condanna a pagare le spese di lite.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Sabato, Settembre 28 2019
  
25
Settembre
2019

Il Vero, Mediatore “professionista” (Unica Professione che non potrà mai essere Sostituita da Algoritmi), sa cavarsela sempre in una Mediazione e le Parti saranno sempre soddisfatte;

OMCI RICERCA NUOVI MEDIATORI DA INSERIRE NEL PROPRIO ORGANICO: Se vuoi diventare anche tu mediatore omci, basta scrivere all'indirizzo e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , si Richiede oltre ai requisiti Legislativi, Forte Motivazione, Capacità di Lavorare in Gruppo, ed il Pieno Rispetto della Normativa. Possibilmente Avvocati iscritti all albo, Giuristi, Laureati in Giurisprudenza, avvocati comunitari stabiliti, Economisti, Geometri iscritti all albo, Sociologi, Psicologi, Esperti nella comunicazione e tutti coloro che hanno una Laurea almeno Triennale e/o che siano iscritti ad un albo.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Mercoledì, Settembre 25 2019
  
20
Settembre
2019

Comodato: immobile va restituito se ex del figlio compra nuova casa;

Va restituito alla comodante l’immobile concesso per le esigenze abitative della famiglia, se la comodataria acquista una nuova abitazione con il nuovo compagno. E’ quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, nell’ordinanza 29 agosto 2019, n. 21785.

La vicenda da cui trae origine la pronuncia in commento, riguarda una donna la quale aveva proposto ricorso ex art. 447 bis c.p.c. affinché il tribunale adìto disponesse il rilascio dell’immobile, che in precedenza, la medesima aveva dato in comodato gratuito senza alcun termine di durata, al figlio ed alla convivente more uxorio di quest’ultimo, per soddisfare le esigenze abitative di tale famiglia di fatto. L’azione giudiziaria era stata promossa in quanto la coppia si era separata e la ex nuora aveva acquistato un'altra casa in comproprietà col nuovo compagno, detenendo l'immobile ricevuto in comodato, solo di notte. Il giudice di prime cure aveva rigettato la domanda, ritenendo insussistenti i presupposti per il rilascio dell'appartamento ad nutum, sostenendo che non era venuta meno la destinazione dell'abitazione a casa familiare e non era stato provato l'urgente ed imprevedibile bisogno della comodante. Avverso tale pronuncia, quest’ultima ha proposto appello. Ribaltando la sentenza, la corte territoriale ha ritenuto che, in mancanza di un termine del comodato, esso va ricondotto al momento in cui la coppia raggiunga una condizione economica adeguata a provvedere all'abitazione familiare in modo autonomo; in tale istante sorge il diritto del comodante alla restituzione ad nutum ex art. 1810 c.c.. Inoltre, nel caso in esame, la comodataria aveva acquistato un altro immobile con il nuovo compagno, continuando a detenere quello dato in comodato solo di notte, per cui era venuta meno la destinazione dell’appartamento a soddisfare le esigenze abitative della famiglia. Pertanto, la corte di merito aveva accolto l’appello, statuendo che la comodante avesse diritto alla restituzione dell'appartamento, senza alcun onere di giustificazione ai sensi dell'art. 1809 c.c., comma 2. La parte soccombente ha impugnato tale sentenza per cassazione, sostenendo, tra i motivi proposti, che non vi fosse una valida prova dei fatti a sostegno della decisione contestata, ovvero che fosse stata convenuta la cessazione del comodato al raggiungimento di una condizione economica adeguata e sufficiente per provvedere in modo autonomo all'abitazione familiare e che la medesima avesse acquistato una nuova casa con un altro compagno, dove aveva trasferito l'abitazione propria e della figlia, occupando solo di notte l'appartamento della comodante.

Esaminando il gravame, la Suprema Corte ha evidenziato che il comodato avente finalità di tutela delle esigenze abitative familiari è stato equiparato al comodato a tempo indeterminato, purché vengano tutelate le superiori esigenze della famiglia, anche di fatto. Detto indirizzo giurisprudenziale è stato riconsiderato nel caso di disgregazione dell'originario nucleo familiare e qualora la parte comodataria ne crei uno nuovo; orbene, in tutte le ipotesi in cui venga meno la destinazione dell’immobile concesso in comodato ad abitazione familiare, esso potrà essere risolto ad nutum. Nella fattispecie in esame, la comodataria aveva creato un nuovo nucleo familiare con un’altra persona, con la quale aveva anche acquistato un nuovo immobile, ove svolgeva la propria vita familiare unitamente alla figlia, detenendo la vecchia casa soltanto di notte, per meri fini strumentali, cioè per evitarne la restituzione alla comodante. Tale condotta determina il venir meno la reale destinazione della casa concessa per esigenze familiari, per cui si verifica la cessazione del comodato. A ciò si aggiunga che, i fatti dedotti dalla comodante, relativi alla cessazione del comodato, non sono stati contestati dalla comodataria in sede di merito, ma sono stati dimostrati sia con la testimonianza dell’ex suocera sia con la produzione delle ricevute negative dei consumi della casa data in comodato, di fatto non abitata; pertanto, la Cassazione ha ritenuto correttamente statuito dall'impugnata sentenza, che il comodato era cessato per il venir meno della destinazione dell'immobile alle esigenze familiari ai sensi dell'art. 1809 c.c. Alla luce delle suesposte argomentazioni, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso e condannato la ricorrente a pagare, in favore della resistente, le spese del giudizio di cassazione.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Venerdì, Settembre 20 2019
  
18
Settembre
2019

La Mediazione civile e commerciale sarà sempre più usata nel futuro;

Nei rapporti commerciali e finanziari internazionali l’arbitrato è stato finora il principale metodo di risoluzione stragiudiziale delle controversie, grazie alle oltre 150 nazioni che hanno sottoscritto la Convenzione di New York (1958) ed alla esecutività da quest’ultima riconosciuta ai lodi. Tuttavia nell’ultimo decennio sta crescendo l’uso della mediazione, il cui costo in genere ammonta al 5% dei costi medi di un arbitrato e può concludersi in due-tre mesi. La mediazione è inoltre il metodo migliore per preservare i rapporti commerciali, ma finora gli accordi eventualmente raggiunti difficilmente sono stati esecutivi.          Per coniugare i vantaggi dell’arbitrato con quelli della mediazione si è ricorsi da tempo ad inserire nei contratti clausole compromissorie complesse (arb-med, med-arb, concurrent arbitration-mediation e dal 2014, a Singapore, arb-med-arb), che, tuttavia, comportano procedimenti un po’ farraginosi (Matteucci Giovanni, “Maritime international commercial mediation caluses”). Per disporre di uno strumento più agile, a seguito di iniziativa degli Stati Uniti e dell’impegno posto sull’argomento a Singapore ed Hong-Kong, Uncitral Working Group II tra giugno e luglio 2018 ha approvato uno schema di convenzione ed uno di legge-tipo relativi alla esecutività degli accordi raggiunti con la mediazione internazionale. Delibera che verrà ratificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite entro il 2018 e sottoscritta nell’estate del 2019 nel Sud-est asiatico con il nome di Singapore Mediation Convention. Da quel momento anche la mediazione commerciale e finanziaria internazionale “avrà denti!!! Inoltre saranno portate in Mediazioni tutte le Materie concernenti diritti Disponibili. Dal 2019 con la Nuova Mediazione obbligatoria come da condizione di procedibilità o come da clausola contrattutalexompromissorria, Mediazione demandata e/o Volontaria e le altre A.D.R. es; Negoziazione assistita obbligatoria, non sarà più ammesso non presentarsi, se dovesse accadere la parte che non si è presentata sarà immediatamente condannata a prescindere dalla Ragione o Torto. La Mediazione e le A.D.R.diverranno cosi per le Materie Civili l’unico strumento per avere Giustizia, conformandosi cosi a tutti gli altri Paesi dell’ unione Europea. La mediazione dovrà rispettare i 3 mesi, (tutte le pratiche assemblee di condominio, perizie, eventuali appuntamenti con notai dovranno essere quindi eseguiti, prima di portare ad un organismo di Mediazione), l’istanza. In Italia il Mediatore non è un libero professionista ma per operare dovrà essere iscritto ad un organismo di Mediazione in rapporto Giuridico economico adeguato, conseguentemente dovrà attenersi alla Legge, Decreti attuativi, ai regolamenti, codice etico,etc,  esattamente come già previsto dal D. Lgs 28/10 etc. Una volta iscritto all’organismo, sarà cura di questo ultimo, farlo abilitare iscrivendolo all’albo mediatori del ministero della Giustizia anche per rimanere in Formazione continua,  attraverso la nostra Piattaforma www.omci.org , essendo Omci anche un Organismo di Formazione, ove vengono scritte in tempo reale tutte le nuove Sentenze, Circolari, decreti ecc. ed essere  iscritti all’ organismo e di conseguenza all’albo del ministero della Giustizia, ivi compresa l’assicurazione annuale stipulata dall’organismo per tutti coloro che fanno parte dello stesso, a carico di OMCI. "Per le Parti si ricorda che le Indennità, Vanno Pagate il giorno successivo all ultimo incontro eseguito".

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Giovedì, Settembre 19 2019
  
13
Settembre
2019

ALCUNI BUONI MOTIVI PER PRESENTARSI IN MEDIAZIONE!

La mediazione è il metodo migliore ed obbligatorio, in assoluto per risolvere controversie di natura commerciale e civile, senza continuare una Vita (Unica), basata sull’odio reciproco, egoismo, egocentrismo, ma al contrario combattendo l’odio, l’egoismo, con Amore, Pazienza, altruismo. Tutti fattori che non solo fanno di un uomo un essere Civile, ma lo riportano e con questo tutta la società ad essere più solidale, senza rancore a favore della propria salute e degli altri. In un Mondo basato ormai sul mero egoismo, tradimenti reciproci, guerre infinite, crisi politiche e sociali è essenziale ritrovare con un po’ di umiltà Solidarietà tra tutti noi Uomini, a prescindere dalla classe di appartenenza, solo la coesione e l’unità sociale, dà sicurezza e pace interiore e nel mondo: 1)Per la rapidità, infatti entro 3 mesi tutto deve essere risolto trovando la soluzione migliore possibile per entrambe le parti; questo non succede in un tribunale, dove la pena può cambiare nei vari giudizi, lasciando cosi aperte tensioni, ansie, sicurezze economiche ecc, ed una volta finito il procedimento non si può mai essere certi di avere il dovuto: si pensi ad uno sfratto o ipoteca giudiziale, siete sicuri che con uno sfratto dopo cambierà qualcosa nella situazione economica odierna o se fate fare un ipoteca, siete veramente certi che vi sarà dato qualcosa? No di certo! Con la mediazione invece, potrete trattare in base al contesto del momento l’opportunità migliore per entrambi ed essere cosi sicuri di avere il dovuto, anche se con tempi più elevati ma avrete qualcosa; 2) I costi della mediazione sono accessibili a tutti, ed inoltre una volta conciliato sarete segnalati dall’organismo di mediazione al ministero della Giustizia il quale provvederà  nell’anno successivo a rendervi quanto speso o in parte la somma sotto forma di credito d’imposta, senza alcun costo aggiuntivo per Voi e per lo Stato ed anche l’avvocato che vi assiste avrà costi molto meno esosi; 3) La tranquillità che non esiste in un aula di tribunale, in mediazione sarete a vostro agio dall’inizio alla fine ed inoltre con un po’ di complicità delle parti, potrete eliminare tutti i disguidi avuti nel tempo, permettendovi di ritrovare anche a livello comunicativo ed emotivo, quella Pace e tranquillità che dovrebbe essere il principale Motivo per Vivere in una determinata Società, una volta finita la mediazione ogni rancore verso l’altro sarà superato, grazie anche alla preparazione del Mediatore in questo ambito fondamentale per essere un buon mediatore; 4) La quasi certezza di non dover mettere consulenti tecnici: un buon organismo solitamente possiede tutte le figure che necessitano per la risoluzione di una determinata controversia, preparato sia a livello normativo, che tecnico, che comunicativo; 5)In tutto il mondo, la Mediazione è usata da decenni, proprio per le sue caratteristiche di celerità, costi accessibili e preparazione dei mediatori, da noi ci sono voluti ANNI per avere questo strumento e risparmiare tempo, non farlo perdere ai Giudici e Finire tutto in tempi brevissimi a costo praticamente ridicolo, risparmiando e facendo risparmiare lo stato. Per i mediatori è importante invece effettuare i corsi da un organismo di mediazione che sia anche ente formativo per poter accedere subito e con certezza al tirocinio assistito. Non basta tutto questo per provare la Mediazione Civile? Provala, che tu sia un privato cittadino, un ente territoriale o pubblico, un’azienda (che può inserirlo anche nelle proprie clausole contrattuali /compromissorie inserite sul nostro sito www.omci.org a destra inserendo sui contratti semplicemente questo: Per ogni reclamo o controversia civile o commerciale sarà competente l’ Organismo di mediazione civile OMCI iscritto al R.O.M. del ministero della Giustizia al N° 251, www.omci.org ;), una Volta provata ti renderai conto che la Mediazione è Veramente l’unico modo per arrivare il prima possibile ad ottenere ciò che volevi in tempi rapidissimi. "Si Ricorda che in Mediazione Le Indennità Vanno Pagate il giorno successivo all Ultimo incontro Eseguito". Per info: www.omci.org La mediazione è uno strumento introdotto per consentire alle parti di evitare le lungaggini e le spese che comporta un giudizio dinanzi al Tribunale. Per tale ragione l’ingiustificata partecipazione di una delle parti alla mediazione comporta l’irrogazione della sanzione pecuniaria prevista dal’art. 8 comma 4 del d.lgs. 28/2010 s.m.i.. Nell’applicazione di tale sanzione al giudice non è consentito nessuna ambito di discrezionalità né sull’an né sul quantum della sanzione, evitabile, partecipando semplicemente all'intero procedimento di Mediazione; OMCI inoltre Cerca Mediatori da inserire nel proprio organico, se interessati contattare Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Giovedì, Settembre 19 2019
  
09
Settembre
2019

Nullità del titolo può impedire l’usucapione;

La vendita immobiliare in forma verbale dà luogo a detenzione qualificata, salvo prova di interversione del possesso (Cass. civ., ordinanza n. 21726/2019 del 27/08/2019)

In caso di contratto di compravendita immobiliare nullo per difetto di forma, cui le parti abbiano tuttavia dato esecuzione, l’accertamento di un possesso utile ai fini dell’usucapione può conseguire unicamente al verificarsi di un atto di interversione. Non rilevano a tal fine comportamenti (quali il trasferimento della residenza o l’attivazione di utenze ad opera degli “acquirenti”) potenzialmente identificabili anche con una mera detenzione qualificata. Questo è quanto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, che con l’ordinanza n. 21726 (scarica il testo in calce), depositata lo scorso 27 agosto, si è pronunciata sulla questione sottesa alla richiesta di restituzione di un immobile, ceduto mediante un contratto di compravendita concluso verbalmente e al quale le parti avevano poi dato esecuzione, senza però mai stipularlo in via formale.

Sintesi: Nel marzo 2005 una società edile aveva agiva in giudizio nei confronti di due coniugi per ottenerne la condanna al rilascio di un appartamento che asseriva occupassero senza titolo. I convenuti si costituivano in giudizio eccependo di aver acquistato l’appartamento dalla società attrice, cui avevano peraltro pagato il prezzo e dalla quale erano stati immessi nel possesso del bene con consegna delle relative chiavi. In via riconvenzionale invocavano l’accertamento dell’intervenuto acquisto del bene in proprio favore per usucapione. Con sentenza del 2011 il Tribunale di Bari, sezione distaccata di Bitonto, respingeva la domanda principale ed accoglieva invece la riconvenzionale proposta dai convenuti, dichiarandone l’intervenuto acquisto per usucapione della proprietà dell’appartamento oggetto di causa e condannando la società attrice al pagamento delle spese del giudizio. A seguito dell’appello proposto dalla società, la pronuncia di primo grado veniva confermata anche dalla Corte d’Appello di Bari, che in base ad una serie di circostanze (consegna delle chiavi ai coniugi, intestazione delle utenze a loro nome) riteneva desumibile che questi avessero instaurato una signoria di fatto sull’immobile, tale da configurare l’animus possidendi e dunque un possesso utile ai fini dell’usucapione. Contro la decisione resa in appello la società edile proponeva ricorso per cassazione, articolato in quattro motivi. In primo luogo contestava l’erronea ricostruzione del rapporto intercorso tra le parti: dal momento che era stata accertata l’immissione dei coniugi nella disponibilità dell’immobile in base ad un rapporto di locazione, ciò avrebbe dovuto integrare detenzione e non possesso, dunque una relazione di fatto con il bene inidonea a consentire il maturare dell’usucapione. La Corte barese avrebbe inoltre omesso di considerare che tale immissione nell’immobile era avvenuta (per stessa ammissione dei contro ricorrenti) a seguito del pagamento del prezzo di acquisto pattuito verbalmente tra le parti. Il rapporto di fatto con la cosa sarebbe quindi derivato da un atto non contrastante con la volontà del proprietario, precludendo pertanto il maturare, in favore dei coniugi, della presunzione di possesso prevista dall’art. 1141 c.c. ed utile ai fini dell’usucapione. Tale presunzione era stata invece erroneamente riconosciuta in favore dei controricorrenti, senza tener conto che la loro relazione di fatto con la cosa era nata come detenzione e come tale era perdurata, in difetto di qualsiasi atto di interversione utile a mutarla in possesso. La società evidenziava infine il carattere contraddittorio della motivazione resa dalla Corte di merito, che dopo aver affermato l’esistenza di una detenzione titolata in capo ai controricorrenti (in base all’asserito rapporto locativo) concludeva ritenendo tale rapporto utile ai fini dell’usucapione. Prima esaminare la fattispecie sottesa al giudizio la Suprema Corte evidenzia come non vi sia contraddittorietà nella motivazione resa dalla Corte d’Appello, trattandosi di statuizioni riferite a domande differenti. La Corte di merito si è infatti limitata ad affermare la natura titolata del rapporto instauratosi tra i controricorrenti ed il bene solo in relazione al rigetto della domanda principale e unicamente allo scopo di evidenziare che la relazione con la res era fondata su una relazione giuridica esistente tra le parti, non potendo quindi dirsi priva di titolo. Per contro, la ricostruzione del rapporto con la cosa in termini di possesso, utile ai fini dell’usucapione, è stata proposta unicamente in relazione alla domanda riconvenzionale dei convenuti, finalizzata appunto ad un accertamento in tal senso. Passando a esaminare il merito della questione la Corte evidenzia come si sia in presenza di un contratto di compravendita immobiliare nullo per difetto di forma. Per stessa ammissione dei coniugi questi avevano infatti conseguito la materiale disponibilità dell’alloggio in esecuzione di un contratto di compravendita concluso verbalmente tra le parti, cui le stesse avevano poi di fatto dato esecuzione ma che non avevano mai formalizzato, decretandone così la nullità. E’ infatti pacifico, osserva la Corte, che l’accordo verbale non possa in alcun modo sopperire al requisito della forma scritta prescritto a pena di nullità per la compravendita immobiliare. La Corte ritiene poi utile richiamare il principio affermato dalle Sezioni Unite in tema di promessa di vendita con effetti anticipati, secondo cui quando le parti convengono che un bene immobile sia consegnato prima della stipula del rogito definitivo di compravendita non si assiste ad una anticipazione degli effetti traslativi del contratto ma la disponibilità del bene da parte dell’acquirente si fonda su un contratto di comodato, funzionalmente collegato alla compravendita e produttivo di meri effetti obbligatori. Ne consegue che, pur immesso anticipatamente nella disponibilità del bene, il soggetto non ne è possessore ma detentore qualificato, situazione, quest’ultima, inidonea ai fini dell’usucapione, salvo che intervenga un atto di interversione utile a far maturare in suo favore il decorso temporale utile ai fini dell’usucapione (in tal senso Cass. SS.UU., sent. n. 7930 del 27.03.2008, Rv. 602815; Cass., Sez. II, Sent. n. 5211 del 16.03.2016, Rv. 639209). E’ quindi necessario valutare se tale conclusione si imponga anche in caso di usucapione fondata su un titolo affetto da nullità. La risposta della Corte è positiva e muove dalla giurisprudenza in materia di donazione nulla, secondo cui anche quest’ultima è titolo idoneo ai fini dell’usucapione abbreviata, purché debitamente trascritta. Ciò a ribadire il principio per cui, affinché la relazione di fatto tra un soggetto ed il bene possa configurarsi come possesso e non mera detenzione occorre un atto ulteriore, idoneo ad esternare la volontà di costui di comportarsi come unico proprietario del bene, che in caso di usucapione decennale abbreviata è appunto rappresentato dalla trascrizione nei registri immobiliari, espressamente menzionata all’art. 1159 c.c. Gli Ermellini osservano pertanto che la Corte d’Appello non ha affrontato adeguatamente il tema inerente la natura del rapporto instauratosi in capo ai coniugi, limitandosi per contro a far discendere un possesso utile ai fini dell’usucapione da circostanze quali l’intestazione delle utenze a loro nome ed il trasferimento della residenza in quel luogo da oltre vent’anni, che tuttavia potrebbero integrare anche una mera detenzione qualificata, non essendo stata accertata l’esistenza di un atto di interversione utile a mutarla in possesso ai fini richiesti. Sulla base di tali premesse, la Suprema Corte, in parziale accoglimento dei motivi di ricorso, rinvia la causa alla Corte d’Appello di Bari affinché proceda a valutare nuovamente il rapporto concretamente esistente tra le parti al fine di determinare se, pur in presenza della evidente causa di nullità del contratto di compravendita tra loro intercorso, possa configurarsi un possesso utile ad usucapionem e l’eventuale acquisto del diritto di proprietà a tal titolo in capo ai controricorrenti.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Lunedì, Settembre 09 2019
  
30
Agosto
2019

Locazione: registrazione tardiva sana il contratto;

La sanatoria "per adempimento" è coerente con la previsione di nullità "per inadempimento" all'obbligo di registrazione (Cass. civ., sentenza n. 18942/2019, del 16 Luglio 2019)

Il contratto di locazione registrato tardivamente è valido ex tunc. E’ quanto chiarito dalla Terza Sezione Civile della Cassazione nella sentenza n. 18942/2019, pubblicata il 16 luglio scorso.

Il caso: La pronuncia in esame trae origine da una controversia sorta nell’ambito degli enti no profit. Nello specifico, un’associazione onlus aveva concesso in locazione ad un consorzio onlus, due immobili per l’esclusivo svolgimento di attività di assistenza sanitaria. Alla scadenza di entrambi i contratti, il conduttore non aveva riconsegnato gli immobili, anzi aveva stipulato un nuovo contratto di locazione con un’altra onlus, determinandone il subentro. Con ricorso in Tribunale, la locatrice aveva denunciato la mancata riconsegna degli immobili, il mancato pagamento dei canoni e dell’indennità di occupazione, nonché la mancata registrazione dei due contratti. Il giudice di prime cure aveva accolto la domanda attorea, ma la decisione veniva impugnata dinanzi alla Corte territoriale, dal consorzio in via principale e dall'associazione, in via accidentale, ma entrambi i ricorsi venivano rigettati. Le parti hanno proposto ricorso per cassazione.

La decisione: Tra i motivi proposti dinanzi alla Cassazione, il ricorrente principale aveva eccepito che l’effetto di sanatoria retroattiva riconosciuto alla registrazione tardiva del contratto sarebbe in contrasto sia con la legge finanziaria 2005 che con varie pronunce della Corte Costituzionale, in quanto la violazione dell’obbligo di registrazione determina la nullità del contratto se detta registrazione è una condizione di validità dello stesso. Aveva inoltre sostenuto la nullità del contratto di locazione ad uso non abitativo ai sensi dell’art. 1, comma 346, legge n. 311 del 2004, in quanto non registrato nei termini di legge. I Giudici di Piazza Cavour hanno respinto tale censura, condividendo il principio espresso dalle Sezioni Unite (sentenza n. 23601/2017), in virtù del quale, la registrazione tardiva del contratto di locazione ad uso abitativo o ad uso diverso, contenente ab origine l’indicazione del canone pattuito, quindi privo di elementi simulatori, è consentita secondo le norme tributarie e può produrre i suoi effetti ex tunc; ciò è ammesso in quanto il riconoscimento di una sanatoria per adempimento è coerente con l’introduzione nell’ordinamento di una nullità funzionale per inadempimento all’obbligo di registrazione. Dunque tale motivo è stato ritenuto infondato. Anche il ricorso incidentale proposto dall’associazione è stato respinto. Con riferimento alla nozione di locazione non abitativa di natura transitoria, prevista dalla legge n. 392 del 1978 art.27, la transitorietà va riferita dell’attività esercitata o da esercitare nell’immobile da parte del locatario. Inoltre, la facoltà delle parti di stabilire stipulare un contratto di locazione per un periodo più breve rispetto a quello previsto dalla legge, è collegata al carattere transitorio dell'attività esercitate o da esercitare nell’immobile locato; dunque, la transitorietà deve trovare giustificazione non in vicende temporali, bensì nella natura dell’attività professionale o commerciale da svolgere. Pertanto, la transitorietà, non solo deve essere espressamente concordata dalle parti, ma deve essere esplicitamente giustificata; inoltre, per non incorrere nella sanzione di nullità prevista dall’art. 79 della l. 392/78, deve essere riferita a ragioni obiettive, ovvero non solo alle esigenze del conduttore ma devono ricorrere caratteristiche oggettive di transitorietà delle attività dipendenti dalla sua essenza o dal suo collegamento con determinati eventi, ricorrenti al momento della conclusione del contratto, e non sopravvenute ex ante. Applicando detti principi al caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto non vi fossero ragioni per non confermare la sentenza impugnata, che si è uniformata alla pacifica giurisprudenza di legittimità. Pertanto, nel caso in esame, considerata la natura dell’attività esercitata, non vi erano motivi tali da giustificare una minore durata e stabilità del rapporto locativo. La Cassazione ha concluso, rilevando l’insussistenza di presupposti per sottrarre i contratti in oggetto alla disciplina di cui all’art. 27, co.5, della L. n. 392/78, per cui ha rigettato il ricorso principale e quello incidentale, compensando tra le parti le spese di lite, in ragione della reciproca soccombenza.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Venerdì, Agosto 30 2019
  
23
Agosto
2019

Decreto ingiuntivo a favore del garante: com'è tassato?

Per la Cassazione si applica l'imposta di registro con aliquota proporzionale al valore della condanna (SS.UU., sentenza n. 18520/2019)

I giudici della Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la recente sentenza n°18520/19, hanno affermato il seguente c.d. principio di diritto: in materia di imposta di registro, “il decreto ingiuntivo ottenuto nei confronti del debitore dal garante”, il quale abbia sottoscritto una polizza fideiussoria, a seguito dall’escussione promossa dal creditore, “è soggetto all’imposta di registro proporzionale al valore della condanna”.

In effetti, la pretesa economica del garante (cristallizzata nel provvedimento di ingiunzione) non ha ad oggetto “corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore aggiunto, ma esercita un’azione di rimborso di quanto versato”.

I fatti del processo

Il contenzioso tributario in parola, nasceva dalla questione attinente alla corretta tassazione del decreto ingiuntivo, avente ad oggetto la restituzione della somma (avanzata dalla Compagnia Assicurativa) ai danni del debitore, per effetto dell’escussione da parte del creditore.

In un primo momento, la società – dopo l’emissione del decreto monitorio – decideva di versare l’imposta di registro in misura proporzionale al valore della condanna. uttavia, la medesima società di Assicurazione presentava domanda di rimborso nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, giacché – secondo l’interpretazione del contribuente – l’importo richiesto a rimborso nei confronti del debitore, dopo la fase dell’escussione della polizza fideiussoria, doveva essere “esente” oppure essere scontata “in misura fissa”.

La chiave di volta dell’argomentazione era ricollegata al principio che la somma in esame afferiva “ad un rapporto, […] nascente dalla polizza fideiussoria, soggetto ad Iva”; per tale ragione, quindi, doveva trovare legittima applicazione “il principio di alternatività tra Iva e imposta di registro”.

La decisione della Corte di Cassazione

Alla luce del contrasto giurisprudenziale emerso nel corso negli anni in seno alla Suprema Corte, è stata rimessa la risoluzione alle Sezioni Unite, le quali hanno aderito alla “seconda” interpretazione suggerita dai giudici di Piazza Cavour. In breve, la premessa è che il “titolo da cui deriva il debito principale [la richiesta del rimborso della somma avanzata dall’Assicurazione al debitore] è distinto dalla polizza fideiussoria, dalla quale trae origine la prestazione di garanzia”. Ebbene, “la prestazione di garanzia assume la configurazione di contratto autonomo di garanzia”. Di conseguenza, i tre rapporti sussistenti, ossia tra a) debitore principale e creditore (rapporto di valuta), b) creditore e garante (dopo il pagamento) e c) garante e debitore principale [rapporto di provvista] devono essere qualificati come scissi e pertanto caratterizzati da ampia autonomia. Proprio sul punto, nel terzo rapporto (garante – debitore principale), indiscusso protagonista della vertenza processuale che qui ci interessa, il primo soggetto “non fa valere nei confronti” del secondo “corrispettivi di prestazioni soggette all’imposta sul valore aggiunto”; conseguentemente, il provvedimento di ingiunzione ottenuto dal garante dovrà scontare l’imposta di registro con aliquota proporzionale al valore della condanna. Da un punto di vista normativo, il novellato art. 20, D.P.R. n° 131/86 stabilisce che l’imposta di registro deve essere “applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extra testuali e dagli atti ad esso collegati”. Ad ogni buon conto, proseguono i giudici ermellini nella motivazione, “già a monte non è possibile configurare alcuna operazione complessiva ed inscindibile”, poiché l’autonomia della garanzia ha una funzione “indennitaria e non satisfattoria”: la ratio di detto rapporto giuridico è costituita dal “trasferimento da un soggetto ad un altro del rischio economico derivante dalla mancata esecuzione di una prestazione contrattuale oppure dall’insussistenza dei presupposti per ottenere il rimborso dell’Iva”. Alla luce di dette considerazioni, è pacifica – secondo l’orientamento delle Sezioni Unite – “l’autonomia di titoli e di conseguenti rapporti”, i quali non rappresentano “un’operazione unitaria ed inscindibile, in quanto danno vita a prestazioni diverse, non sempre equivalenti e non necessariamente corrispondenti”. In conclusione, il titolo giudiziario (decreto ingiuntivo) ottenuto dal garante, “concernendo la somma già da lui versata, non ha ad oggetto il pagamento di corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore aggiunto”, dunque “non trova spazio il principio di alternatività”.

OMCI RICERCA NUOVI MEDIATORI DA INSERIRE NEL PROPRIO ORGANICO: Se vuoi diventare anche tu mediatore omci, basta scrivere all'indirizzo e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , si Richiede oltre ai requisiti Legislativi, Forte Motivazione, Capacità di Lavorare in Gruppo, ed il Pieno Rispetto della Normativa. Possibilmente Avvocati iscritti all albo, Giuristi, Laureati in Giurisprudenza, avvocati comunitari stabiliti, Economisti, Geometri iscritti all albo, Sociologi, Psicologi, Esperti nella comunicazione, etc.

E-mail Stampa PDF
Ultimo aggiornamento Mercoledì, Agosto 28 2019
  

Altri articoli...

Pagina 1 di 10

Copyright © 2019 Omci - Organismo di Mediazione Italia. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.