Omci - Organismo di Mediazione e Conciliazione Italia

26/05/2016 (Studiare bene per i mediatori) "L'onere del preventivo esperimento del tentativo di Mediazione sussiste anche nei confronti del convenuto che propone una riconvenzionale"

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Maggio 2016 15:27 Scritto da Administrator Venerdì 27 Maggio 2016 15:13

I Magistrati sempre più attenti a Valorizzare l'istituto della mediazione civile e commerciale.

Tribunale Ordinario di Verona del giudice Dott. Massimo Vaccari. L'ordinanza

 

11/05/2016 - Non è affatto Vantaggioso non Presentarsi in Mediazione o non avere Validi motivi per non continuare:

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Maggio 2016 10:58 Scritto da Administrator Mercoledì 11 Maggio 2016 08:23

Perchè non è Vantaggioso ? Perchè non avere motivi Oggettivi dimostrabili per non continuare con la Mediazione e quindi dovere dichiarare di proseguire comporta sempre il pagamento all'organismo di mediazione dell'indennità spettante al mediatore oltre alla sanzione del doppio del contributo unificato. A pagarne le conseguenze il mal consigliato cittadino. L'ordinanza   del Giudice dott. Fabrizio Pasquale del Tribunale di Vasto fa chiaramente capire che la  “mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione”,  di cui all'art. 8 del D.Lsg 28/2010  deve intendersi riferito non soltanto al primo incontro,  ma anche ad ogni ulteriore fase del procedimento, ivi inclusa - in primis – quella che dà inizio alle sessioni di mediazione effettiva.

 

09-05-2016 - NIENTE MEDIAZIONE? Il locatore paga le spese e non ottiene lo sfratto.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Maggio 2016 10:59 Scritto da Administrator Martedì 10 Maggio 2016 05:11

TRIBUNALE DI MANTOVA Seconda CIVILE Trib. del 20.01.2015
Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Andrea Bulgarelli, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Nella causa civile di 1° grado iscritta al n. r.g. 1634/2014 promossa da: (…) con i patrocinio dell’avv. (…)
attore
contro
(…)
convenuto
CONCISA ESPOSIZIONI DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE
(…) chiedeva la convalida di uno sfratto per l’asserita morosità del conduttore che vi si opponeva.
Il giudice rinviava quindi alla udienza di discussione del 20/01/2015 assegnando ex art. 84 D.L. 69/2013 conv. nella L. 98/2013 il termine di giorni 15 per la presentazione della domanda di mediazione – condizione di procedibilità della domanda giudiziale.
All’udienza di discussione nessuna delle parti depositava un verbale di un Organismo di mediazione accreditato e il giudice eccepiva la circostanza.
Va dichiarata l’improcedibilità della domanda per mancato espletamento del tentativo obbligatorio di mediazione ai sensi dell’art. 5 D.Lgs. 28/2010.
All’esito, infatti, dell’esaurimento della fase a cognizione sommaria del procedimento, contestualmente al mutamento del rito ai sensi degli artt. 426 e 667 c.p.c., è stato
assegnato alle parti termine per l’instaurazione della procedura di mediazione, rientrando le cause locatizie tra quelle obbligatoriamente assoggettate al predetto onere (in caso di sfratto per morosità una volta disposto il mutamento del rito, ex art. 5, comma 4, lettera b, D.Lgs. 28/2010).
Non avendo, pertanto, le parti dato corso alla procedura, la domanda sottesa all’intimazione di sfratto per morosità deve essere dichiarata improcedibile.
La declaratoria di improcedibilità assume la forma della sentenza, trattandosi di statuizione di ordine decisorio (benché solo in rito).
Le spese di lite si liquidano come da dispositivo e vengono poste a carico di parte intimante, quale parte che con la propria condotta ha dato avvio al procedimento senza poi compiere gli adempimenti necessari per la sua prosecuzione.
In forza, infatti, del criterio generale di cui all’art. 91 c.p.c., le spese di lite vanno poste a carico della parte che, azionando una pretesa accertata come infondata o resistendo ad una pretèsa fondata, abbia dato causa al processo o alla sua protrazione e che debba qualificarsi tale in relazione all’esito finale della controversia. Causare un processo, tuttavia, significa anche costringere alla sopportazione di un’iniziativa giudiziaria rivelatasi incompleta, per la mancata ottemperanza agli oneriprocedurali sottesi alla sua definizione. Se, quindi, è vero che, in generale, il termine per la mediazione viene per legge assegnato ad entrambe le parti, è altrettanto evidente che in assenza di domande riconvenzionali la parte evocata in giudizio può non avere alcun interesse alla procedibilità dell’azione, sicché non sussistono le gravi ed eccezionali ragioni richieste dalla legge per la compensazione.
Le spese vengono liquidate in dispositivo in base ai valori minimi previsti dal D.M. 55/2014 alla luce dell’attività svolta e dello svolgimento del processo.
P .Q.M.
il Tribunale di Mantova in composizione monocratica, nella persona del giudice dott. Andrea BULGARELLI, definitivamente pronunciando sulla domanda, ogni contraria istanza, accezione e deduzione disattese, così provvede:
1. dichiara l’improcedibilità della domanda di risoluzione contrattuale sottesa all’intimazione di sfratto per morosità notificata da (…) a (…);
2. condanna (…) al pagamento in favore di (…) delle spese di lite che si liquidano in euro 811,00 per compenso tabellare per le fasi di studio, introduttiva e decisionale ex art. 4, comma 5, D.M. 55/2014, oltre spese generali (15%) I.V.A. e C.P.A. di legge.
Sentenza resa ex articolo 429 c.p.c., pubblicata mediante lettura in udienza e allegazione al verbale.
Così deciso in Mantova, il 20 gennaio 2015 Depositata in Cancelleria il 20 gennaio 2015.

 

28/04/2016 - L’assenza delle parti, rappresentate dai soli difensori, non può considerarsi mediazione – Tribunale di Busto Arsizio;

Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Aprile 2016 06:10 Scritto da Administrator Giovedì 28 Aprile 2016 06:08

Pubblichiamo la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, sez. III Civile, sentenza 21 ottobre 2015 – 3 febbraio 2016, n. 199 del Giudice PUPA

Motivi di fatto e di diritto della decisione

In via preliminare, deve dichiararsi l’improcedibilità della domanda azionata in sede monitoria per la mancata adesione, da parte della Banca creditrice, alla procedura di mediazione obbligatoria prevista dal D,Lgs. n. 28/2010 quale condizione di procedibilità per le controversie in materia di contratti bancari.

Com’è noto, l’eccesso di domanda di giustizia civile in Italia è un problema di cui il legislatore ha preso coscienza solo negli ultimi anni, come si evince dalle ultime riforme che pare abbiano finalmente introdotto nel nostro ordinamento un certo “favor” per la conciliazione delle vertenze; basti pensare, tra l’altro, all’introduzione dell’art. 185-bis C.P,C., che impone al Giudice di formulare ipotesi transattive fino all’udienza di precisazione delle conclusioni, traendo elementi di valutazione dal successivo comportamento delle parti sul punto, nonché alla recentissima riforma che ha introdotto i nuovi istituti del trasferimento alla sede arbitrale di procedimenti pendenti avanti I’A.G. e della negoziazione assistita dall’avvocato per le controversie in materia di risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti, di contratti di trasporto e subtrasporto, nonché per quelle aventi ad oggetto una domanda di pagamento di somme non eccedenti E 50.000 (D.L. n. 13212014).

In questa ottica non possono ritenersi legittime quelle condotte tenute dalle parti per aggirare l’applicazione effettiva della normativa in materia di mediazione, suscettibili di frustare la finalità stessa dell’istituto, che non può essere quella di introdurre una sorta di adempimento meramente “ritardante” dell’introduzione di determinate categorie di giudizi, bensì quella di condurre i contendenti ad incontrarsi in un “terreno neutro” per “mettere sul tappeto” tutte le questioni pendenti tra loro, magari anche quelle che non sarebbero portate all’attenzione del Giudicante ma che spesso ostacolano il componimento della lite in sede giudiziale.

La mediazione disposta dal Giudice in caso di mancato espletamento della stessa in data anteriore all’instaurazione di un giudizio vertente su una delle materie menzionate dal D.lgs. n. 28/2010 non deve essere vissuta dalle parti come la mera rimozione di un causa dì improcedibilità, ossia un come un formale adempimento burocratico svuotato di ogni contenuto funzionale e sostanziale, ma come un’occasione per cercare una soluzione extra giudiziale della loro vertenza in tempi più rapidi ed in termini più soddisfacenti rispetto alla risposta che può fornire il Giudice con la sentenza, atto che può formare oggetto di impugnazione e che, in caso di mancata attuazione spontanea da parte del soccombente. richiede un’ulteriore attività esecutiva, con conseguente dispendio di tempo e denaro. Ne deriva che non può considerarsi soddisfatta la condizione di procedibilità di cui all’art. 5 del D.lgs. n. 28/2010 in presenza di condotte elusive del dettato normativo e della ratio legis.

Questo Giudice, pertanto, aderisce all’orientamento delineato dal ‘Tribunale di Firenze con l’ordinanza del 19/03/2014, che sottolinea l’importanza di chiarire alle parti come debba essere eseguito l’ordine del Decidente ai tini del perfezionamento della condizione di procedibilità, pervenendo alla conclusione che detta procedura debba essere svolta con la partecipazione personale dei contendenti e sostanziarsi in un effettivo tentativo di mediazione. Sul punto scrive il Tribunale di Firenze:

“A tale conclusione si giunge in base ad un’interpretazione teleologica delle norme che vengono in campo.

L’art. 5, comma 5 bis dlgs. n. 28/2010. dispone: “Quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo”.

L’art. 8 , in tema di ‘procedimento’, dispone “1. All’atto della presentazione della domanda di mediazione, il responsabile dell’organismo designa un mediatore e fissa il primo incontro tra le parti non oltre trenta giorni dal deposito della domanda. La domanda e la data del primo incontro sono comunicate all’altra parte con ogni mezzo idoneo ad assicurarne la ricezione, anche a cura della parte istante. Al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l’assistenza dell’avvocato. Durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la finzione e le modalità di svolgimento della mediazione. Il mediatore, sempre nello stesso primo incontro, invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e. nel caso positivo, procede con lo svolgimento’

Come si vede le due norme sono formulate in modo ambiguo: nell’art, 8 sembra che il primo incontro sia destinato solo alle informazioni date dal mediatore e a verificare la volontà di iniziare la mediazione. Tuttavia, nell’art. 5, comma 5 bis. si parla di “primo incontro concluso senza l’accordo”.

Sembra dunque che il primo incontro non sia una fase estranea alla mediazione vero e propria: non avrebbe molto senso parlare di ‘mancato accordo’ se il pruno incontro fosse destinato non a ricercare l’accordo tra le parti rispetto alla lite, ma solo la volontà di iniziare la mediazione vera e propria.

A parte le difficoltà di individuare con precisione scientifica il confine tra la fase cd preliminare e la mediazione vera e propria (difficoltà ben nota a chi ha pratica della mediazione), data la non felice formulazione della norma, appare necessario ricostruire la regola avendo presente lo scopo della disciplina, anche alla luce dei contesto europeo in cui si inserisce (direttiva 2008/52/CE)

In tale prospettiva, ritenere che l’ordine del giudice sia osservato quando i difensori si rechino dal mediatore e, ricevuti i suoi chiarimenti su funzione e modalità della mediazione (chiarimenti per i quali i regolamenti degli organismi prevedono nati un tempo molto limitato), possano dichiarare il rifiuto di procedere oltre, appare una conclusione irrazionale e inaccettabile.

Si specificano di seguito i motivi:

A. i difensori, definiti mediatori di diritto dalla stessa legge, hanno sicuramente già conoscenza della natura della mediazione e delle sue finalità. Se cosi non fosse non si vede come potrebbero fornire al cliente l’ informazione prescritta dall’art. 4, comma 3, del d lgs 28/2010, senza contare che obblighi informativi in tal senso si desumono già sui piano deontologico (art. 40 codice deontologico ). Non avrebbe dunque senso imporre l’incontro tra i soli difensori e il mediatore solo in vista di un’Informativa.

B. la natura dello mediazione esige che siano presenti di persona anche le parti.’ L’istituto mira a riattivare la comunicazione tra i litiganti al fine di renderli in grado di verificare la possibilità di una soluzione concordata del conflitto: questo implica necessariamente che sia possibile una interazione immediata tra le parti di fronte al mediatore. L’assenza delle parti, rappresentate dai soli difensori, dà vita ad altro sistema di soluzione dei conflitti, che può avere la sua utilità, ma non può considerarsi mediazione. D’altronde. questa conclusione emerge anche dall’interpretazione letterale: l’ars. 5. comma 1-bis e l’art. 8 prevedono che le parti esperiscano il (o partecipino al) procedimento mediativo con l’assistenza degli avvocati’, e questo implica la presenza degli assistiti.

C. ritenere che la condizione di procedibilità sia assolta dopo un primo incontro, in cui il mediatore si limiti a chiarire alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione, vuol dire in realtà ridurre ad un’inaccettabile dimensione notarile il ruolo del giudice, quello del mediatore e quello dei difensori. Non avrebbe ragion d’essere una dilazione del processo civile per un adempimento burocratico del genere. La dilazione si giustifica solo quando una mediazione sia effettivamente svolta e vi sia stata data un’effettiva chance di raggiungimento dell’accordo alle parti. Pertanto occorre che sia svolta una vera e propria sessione di mediazione. Altrimenti, si porrebbe un ostacolo non giustificabile all’accesso alla giurisdizione. (.).

E. L’ipotesi che la condizione si verifichi con il solo incontro tra gli avvocati e il mediatore per le informazioni appare particolarmente irrazionale nella mediazione disposta dal giudice: in tal caso, infatti, si presuppone che il giudice abbia già svolto la valutazione di ‘mediabilità’ del conflitto (come prevede l’art. 5 cit.: che impone al giudice di valutare “la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, e che tale valutazione si sia svolta nel colloquio processuale con i difensori. Questo presuppone anche un’adeguata informazione ai clienti da parte dei difensori. inoltre, in caso di lacuna al riguardo, lo stesso giudice, qualora verifichi la mancata allegazione del documento informativo, deve a sua volta informare la parte della facoltà di chiedere la mediazione. Conte si vede dunque, sono previsti plurimi livelli informativi e non è pensabile che il processo venga momentaneamente interrotto per un ‘ulteriore informazione anziché per un serio tentativo di risolvere il conflitto.

F. Da ultimo. può ricordarsi che l’art. 5 della direttiva europea citata distingue le ipotesi in citi il giudice invia le parti in mediazione rispetto all’invio per una semplice sessione informativa: un ulteriore motivo per ritenere che nella mediazione disposta dal giudice, viene chiesto alle parti (e ai difensori) di esperire la mediazione e cioè l’attività svolta dal terzo imparziale finalizzato ad assistere due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole (secondo la definizione data dall’art. 1 del d.lgs. n. 28/2010) e non di acquisire una mera informazione e di rendere al mediatore una dichiarazione sulla volontà o meno di iniziare la procedura mediativa.

Alla luce delle considerazioni che precedono, il giudice ritiene che le ambiguità interpretative evidenziale vadano risolte considerando quale criterio fondamentale la ragion d’essere della mediazione, dovendosi dunque affermare la necessità che le parti compaiano personalmente (assistite dai propri difensori come previsto dall’art. 8 d.lgs. n. 28/2010) e che la mediazione sia effettivamente avviata.

Questo Giudice è consapevole dell’emissione della sentenza n. 24629 del 03/12/2015 della terza sezione civile della Cassazione in materia di mediazione nell’ambito del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, ma intende disattenderla per le motivazioni sotto esposte.

In particolare, in detta sentenza la Suprema Corte parte dal principio, sostanzialmente condivisibile, secondo cui “L’onere di esperire il tentativo di mediazione deve allocarsi presso la parte che ha interesse al processo e ha il potere di iniziare il processo. Nel procedimento per decreto ingiuntivo cui segue l’opposizione, la difficoltà dì individuare il portatore dell’onere deriva dal fatto che si verifica una inversione logica tra rapporto sostanziale e rapporto processuale, nel senso che il creditore del rapporto sostanziale diventa l’opposto nel giudizio di opposizione”.

Prosegue tuttavia la Corte:” questo può portare ad un errato automatismo logico per cui si individua nel titolare del rapporto sostanziale (che normalmente è l’attore nel rapporto processuale) la parte sulla quale grava l’onere. Ma in realtà – avendo come guida il criterio ermeneutico dell’interesse e del potere di introdurre il giudizio di cognizione- la soluzione deve essere quella opposta.”

Partendo dal presupposto che attraverso il ricorso monitorio l’attore abbia scelto la linea deflativa coerente con la logica dell’efficienza processuale e della ragionevole durata del processo, cui si contrappone la scelta dell’opponente di introdurre il giudizio di merito, cioè la soluzione più dispendiosa, osteggiata dal legislatore.

La Cassazione perviene alla conclusione che su quest’ultimo debba gravare l’onere della mediazione obbligatoria “perché è l’opponente che intende precludere la via breve per percorrere la via lunga”.

Tale orientamento giurisprudenziale risulta, tuttavia, di dubbia compatibilità con il principio costituzionale sancito dall’art. 24 Cost., in quanto appare ricollegare l’onere di intraprendere la mediazione alla scelta della parte di instaurare un giudizio di opposizione avverso un provvedimento reso in assenza di contraddittorio e sulla base di un’istruzione sommaria, quasi come se la mediazione fosse una sorte di sanzione nei confronti di chi agisce in giudizio. Essa, inoltre, non appare compatibile con la stesso orientamento consolidato dalla Suprema Corte, secondo cui nel giudizio ex art. 645 C.P.C. l’opposto riveste la natura sostanziale di attore e l’opponente di convenuto (Cass. civ., sez. Il, 1710412012, n. 6009), così come non sussiste alcun dubbio in ordine alla unicità del processo in cui confluiscono la fase monitoria e quella dì cognizione che si apre con l’opposizione (Cass. civ., sez. 11, 26/06/2010, n. 14764). Pertanto, se a norma dell’art. 5, 1-bis, del D.Lgs n. 28/2010 e successive modifiche: “chi intende esercitare In giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di (…) contratti bancari e finanziari, è tenuto, assistito dall’avvocato, preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto (…)” , fermo restando il disposto del comma 4 per i procedimenti monitori, deve concludersi che tale onere incomba sul creditore opposto, atteso che egli riveste la natura di parte attrice e che l’azione cui si riferisce la citata norma è la domanda monitoria, non già l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso in accoglimento della stessa.

Ne consegue che deve disporsi la revoca del decreto ingiuntivo n. 1574,2014 emesso il 1410412014 dal Tribunale di Busto Arsizio, posto che il mancato perfezionamento della condizione di procedibilità della mediazione comporta l’improcedibilità non già dell’opposizione, bensì della domanda monitoria.

Deve, infine, respingersi la domanda risarcitoria avanzata dagli opponenti ai sensi dell’art. 96. 1° e 3° comma, C.P.C. in quanto la mancata attivazione della procedura di mediazione ha comportato l’improcedibilità della domanda monitoria senza che sia stato possibile esaminare la fondatezza o meno della stessa nel merito e, d’altro canto, l’individuazione della parte tenuta all’espletamento del predetto incombente e questione controversa in giurisprudenza. Alla soccombenza dell’opposta consegue il suo obbligo di rifondere le spese processuali sostenute dalla controparte nell’importo liquidato in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Busto Arsizio, definitivamente pronunziandosi, cosa dispone:

1) Dichiara l’improcedibilità della domanda azionata dalla … nei confronti di …

2) Revoca il decreto ingiuntivo n. 157412014 emesso da questo Tribunale il 1410412015;

3) Rigetta la domanda risarcitoria avanzata dagli opponenti ex art. 96 C.P.C.;

4) Condanna l’opposta alla rifusione delle spese di lite sostenute dall’opponente nell’importo di E 5.300, di cui E 5.000 per compensi, oltre accessori di legge.

Voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, contrariis rejectis, così giudicare: In via preliminare:

ACCERTARE la nullità dei ricorso per decreto ingiuntivo presentato dall’opposta, in quanto, la domanda avanzata risulta di oggetto indeterminato e comunque non supportata da elementi probatori;

Nel merito:

– ACCERTARE E DICHIARARE la nullità dei contratto di finanziamento per l’applicazione degli interessi trimestrali, e conseguentemente rideterminare l’ammontare degli interessi in ragione del saggio legale, senza capitalizzazione, a partire dall’inizio dei singoli rapporti contrattuale in essere con la banca, fino alla loro chiusura;

– ACCERTARE e DICHIARARE la nullità della Commissione di Massimo Scoperto e delle spese commissioni e remunerazioni non preventivamente concordate in relazione al rapporto di finanziamento n. 3160509:

– ACCERTARE e DICHIARARE, per effetto della declaratoria di nullità dei contratto impugnato, previa rettifica dei saldo contabile, l’esatto dare- avere tra le parti dei rapporti sulla base della riclassificazione contabile dei medesimi in regime di saggio legale, senza capitalizzazioni, con eliminazione di non convenute commissioni di massimo scoperto e di interessi computati sulla differenza in giorni tra la data di effettuazione delle singole operazioni e la data della rispettiva valuta;

– DETERMINARE il Tasso Effettivo Globale (T.E.G.) degli indicati rapporti bancari;

– ACCERTARE e DICHIARARE, previo accertamento dei Tasso Effettivo Globale, la nullità e l’inefficacia di ogni e qualsivoglia pretesa della convenuta banca per interessi, spese, commissioni, e competenze per contrarietà al disposto di cui alla legge 7 marzo 1996 n. 108, perché eccedente il c.d. tasso 11 soglia nel periodo trimestrale di riferimento, con l’effetto, ai sensi degli artt. 1339 e 1419 c.c., della applicazione dei tasso legale senza capitalizzazione;

– CONDANNARE la … riaccreditare tutte le somme ingiustamente

addebitate e percepite sul contratto di finanziamento, per anatocismo ed usura, ed a restituire in favore degli attori le somme che ci si riserva di

quantificare nel corso dell’espletando istruttoria, salva la maggior o minor somma che verrà accertata in corso di causa anche a mezzo della richiesta CTU contabile, oltre gli interessi legali a far data dalla costituzione in moro; – CONDANNARE la banca convenuta al risarcimento dei danni patiti dagli

attori, in relazione agli artt. 1337, 1338, 1366, 1376 c,c., da determinarsi in via equitativa;

– CONDANNARE la banca convenuta ex art. 96 cpc

– CONDANNARE in ogni caso le parte soccombente al pagamento delle spese e competenze di giudizio oltre CPA ed IVA, con distrazione in favore dei sottoscritto procuratore antistatorio.

IN VIA ISTRUTTORIA:

A) Si chiede che venga disposta consulenza tecnico contabile tesa a stabilire.

1) le modalità di calcolo degli interessi dall’inizio dei contratto di finanziamento di cui è causa, il T.E,G. applicato e la sua comparazione con quello previsto dalla Legge, evidenziando i trimestri in cui il tasso applicato dalla Banca ha superato il c,d. tasso di soglia usura ai sensi della Legge 108/1996;

2) l’esatto saldo del contratto di finanziamento n. 3160509 previa epurazione delle somme illegittimamente addebitate dalla Banca (compresa lo commissione di massimo scoperto) e ricalcolo ai sensi dell’art. 117 T.U.B. e/o di ogni altro riferimento normativo inerente la fattispecie per cui è causa.

 

27/04/2016 - L'ingiustificata volontà di non prendere parte alla fase del procedimento di mediazione successiva al primo incontro è sanzionata anche in corso di causa.

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Aprile 2016 07:05 Scritto da Administrator Martedì 26 Aprile 2016 06:51

Da studiare bene per i Mediatori: Pubblichiamo un’altra l'Ordinanza  del  TRIBUNALE DI VASTO del Giudice Dott. Fabrizio Pasquale

....Omissis........

A scioglimento della riserva assunta nel procedimento iscritto al n. xxxxxxxxxx R.G.A.C.;

LETTI gli atti e la documentazione di causa;

LETTE le richieste formulate dalle parti all’udienza del 03.03.2016;

OSSERVA
1. Con ordinanza del 13.07.2015, questo giudice – dopo aver evidenziato e indicato alle parti gli indici di concreta mediabilità della controversia – disponeva, ai sensi dell’art. 5, secondo comma, del D. L.gs. 4 marzo 2010, n. 28, l’esperimento della procedura di mediazione per la ricerca di una soluzione amichevole della lite. In ottemperanza alle statuizioni giudiziali, le parti davano inizio al procedimento, comparendo – entrambe personalmente e con l’assistenza dei rispettivi difensori – al primo incontro, tenutosi in data 30.11.2015, innanzi all’organismo di mediazione prescelto. La procedura, però, non sortiva esito positivo, dal momento che al primo incontro il mediatore prendeva atto della dichiarazione resa dalla parte invitata di non voler proseguire nella mediazione e dichiarava, di conseguenza, chiuso il procedimento.

All’udienza del 03.03.2016, celebratasi in assenza del convenuto, la parte attrice, dopo aver rappresentato l’impossibilità di dare seguito alla procedura di mediazione a causa del rifiuto opposto dalla odierna parte convenuta, chiedeva fissarsi udienza di precisazione delle conclusioni.
Prima di avviare la causa alla fase decisoria, appare opportuno a questo giudicante operare un chiarimento interpretativo sull’individuazione dell’esatto ambito applicativo dell’art. 8, comma 4 bis, D. Lgs. n. 28/10, precisando che le conseguenze, anche di natura sanzionatoria, previste dalla citata norma non scattano soltanto nel caso di assenza ingiustificata della parte al primo incontro di mediazione, ma operano anche nel distinto ed ulteriore caso in cui la parte presente al primo incontro, esprimendosi negativamente sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione, non espliciti le ragioni di tale diniego ovvero adduca motivazioni ingiustificate, in tal modo rifiutandosi di partecipare, immotivatamente, a quella fase del procedimento di mediazione che si svolge all’esito del primo incontro. Ciò, in ragione della dirimente considerazione per cui, quando il citato art. 8 parla di “mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione”, esso deve intendersi riferito non soltanto al primo incontro (che non è altro che un segmento della intera procedura), ma anche adogni ulteriore fase del procedimento, ivi inclusa – in primis – quella che dà inizio alle sessioni di mediazione effettiva.

La chiave di lettura della norma che si propugna costituisce il logico e coerente corollario della condivisibile tesi (cfr., sul punto, Trib. Roma, 25.01.2016) secondo cui alle parti non può essere riconosciuto un potere di veto assoluto ed incondizionato sulla possibilità di dare seguito alla procedura di mediazione (addirittura anche nel caso in cui il giudice ne ha disposto l’espletamento – come nella fattispecie in esame – ai sensi dell’art. 5, comma 2, D. Lgs. n. 28/10), dal momento che una siffatta eventualità si presterebbe al rischio di legittimare condotte delle parti tese ad aggirare l’applicazione effettiva della normativa in materia di mediazione, frustrando la finalità stessa dell’istituto, che non è quella di introdurre una sorta di adempimento burocratico svuotato di ogni contenuto funzionale e sostanziale, ma che – invece – consiste nell’offrire ai contendenti “un’utile occasione per cercare una soluzione extra giudiziale della loro vertenza, in tempi più rapidi ed in termini più soddisfacenti rispetto alla risposta che può fornire il Giudice con la sentenza, tenuto anche conto del fatto che quest’ultima può formare oggetto di impugnazione e che, in caso di mancata attuazione spontanea dellestatuizioni giudiziali da parte del soccombente, richiede un’ulteriore attività esecutiva, con conseguente allungamento dei tempi e dispendio di denaro” (cfr., in tal senso, Trib. Busto Arsizio, 03.02.2016).

Muovendo, dunque, dal principio per cui sono da considerarsi illegittime tutte quelle condotte contrarie alla ratio legis della mediazione e poste in essere dalle parti al solo scopo di eludere il dettato normativo, e facendo specifico riferimento alle determinazioni assunte dalle parti al termine del primo incontro, deve concludersi che, quando il rifiuto ingiustificato di dare seguito al procedimento di mediazione viene opposto dalla parte attrice/istante in mediazione, la condizione di procedibilità di cui all’art. 5, D. Lgs. n. 28/10 non può considerarsi soddisfatta. Del pari, quando detto rifiuto viene formulato, oltreché dalla parte attrice/istante, anche o soltanto dalla parte convenuta/invitata in mediazione, sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 4 bis, D. Lgs. citato ed, in particolare, per l’irrogazione – anche nel corso del giudizio – della sanzione pecuniaria prevista dall’art. 8, comma 4 bis, D. Lgs. n. 28/10 (condanna al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo dovuto per il giudizio) e ricorre, altresì, un fattore da cui desumere argomentidi prova, ai sensi dell’art. 116, secondo comma, c.p.c., nel prosieguo del giudizio.

Occorre, peraltro, precisare che – ai fini dell’adozione dei provvedimenti innanzi richiamati – il rifiuto deve considerarsi non giustificato sia nel caso di mancanza di qualsiasi dichiarazione della parte sulla ragione del diniego a proseguire il procedimento di mediazione, sia nell’ipotesi in cui la parte deduca motivazioni inconsistenti o non pertinenti rispetto al merito della controversia. In tal senso, non potrà – ad esempio – mai costituire giustificato motivo per rifiutarsi di partecipare alla mediazione la convinzione di avere ragione o la mancata condivisione della posizione avversaria, per la evidente contraddittorietà, sul piano logico prima ancora che giuridico, che tale argomentazione sottende, atteso che il presupposto su cui si fonda l’istituto della mediazione è, per l’appunto, che esista una lite in cui ognuno dei contendenti è convinto che egli abbia ragione e che l’altro abbia torto e che il mediatore tenterà di comporre riattivando il dialogo tra le parti e inducendole ad una reciproca comprensione delle rispettive opinioni.

Passando alla disamina del caso di specie, dalla lettura del verbale del primo incontro di mediazione del 30.11.2015, si evince che la parte invitata, sia pure personalmente presente e ritualmente assistita dalproprio avvocato, “ha negato il proprio consenso alla prosecuzione del procedimento, ai sensi dell’art. 8, primo comma, del D. Lgs. n. 28/10”. Nessuna indicazione, neppure sommaria, è riportata nel verbale in merito alle eventuali ragioni che hanno indotto la parte invitata a non voler iniziare la procedura di mediazione. Né il mediatore ha precisato
(com’era, invece, suo preciso dovere fare) se la parte si è opposta alla verbalizzazione dei motivi del rifiuto ovvero se, anche all’esito della eventuale sollecitazione da parte del mediatore medesimo, la stessa non ha inteso esplicitare le ragioni del proprio dissenso. L’omissione di tale rilevante aspetto preclude a questo giudicante ogni valutazione in ordine alla sussistenza di possibili profili di giustificatezza del rifiuto opposto da XXXXXXXXXX alla prospettiva di proseguire nel procedimento di mediazione, di talchè, non potendo apprezzare le ragioni che hanno indotto quest’ultima ad interrompere il tentativo di mediazione al primo incontro, il rifiuto deve considerarsi non giustificato.

Ne consegue che, oltre a poter desumere da detto comportamento preclusivo argomenti di prova ex art. 116, secondo comma, c.p.c. nel prosieguo del giudizio, deve pronunciarsi a carico di XXXXXXXXXXXla condanna al versamento, in favore dell’Erario, della somma di € 206,00, pari all’importo del contributounificato dovuto per il presente giudizio, come conseguenza sanzionatoria della ingiustificata volontà di non prendere parte alla fase del procedimento di mediazione successiva al primo incontro.
In ordine alla tempistica della irrogazione della sanzione pecuniaria in questione, ritiene questo giudice, conformemente ad un diffuso orientamento della giurisprudenza di merito (cfr., in proposito, Trib. Termini Imerese, 09/05/2012; Trib. Mantova, 22/12/2015) che la sanzione ben può essere irrogata anche in corso di causa e in un momento temporalmente antecedente rispetto alla pronuncia del provvedimento che definisce il giudizio, non emergendo dalla lettura dell’art. 8, comma 4 bis, D. Lgs. n. 28/10 dati normativi contrari alla propugnata interpretazione.

Per questi motivi

Disattesa ogni diversa richiesta, così provvede

CONDANNA la parte convenuta XXXXXXXXX al versamento, in favore dell’Erario, della somma di € 206,00, pari all’importo del contributo unificato dovuto per il presente giudizio, come conseguenza sanzionatoria della ingiustificata volontà di non prendere parte alla fase del procedimento di mediazione successiva al primo incontro;

FISSA, per la precisazione delle conclusioni, che ciascuna parte dovrà redigere su separato atto da depositare telematicamente, la successiva udienza del 23/01/2017, ore 09.30;

MANDA alla Cancelleria per la comunicazione della presente ordinanza alle parti.

Vasto, 23 aprile 2016.

IL GIUDICE

Tribunale ordinario di Vasto Il Giudice Istruttore

Dott. Fabrizio Pasquale

 

24/04/2016- TRIBUNALE DI CAGLIARI;

Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Aprile 2016 15:16 Scritto da Administrator Domenica 24 Aprile 2016 06:24

PER ISTITUTI DI CREDITO ED ASSICURAZIONI CHE NON SI PRESENTANO ALLA MEDIAZIONE ECCO L' ORDINANZA:

Il mutuo è nullo se nel contratto non viene indicato l’Indicatore Sintetico di Costo (ISC). È quanto ha stabilito il Tribunale di Cagliari, con Ordinanza n. 5295 del 29 marzo 2016.

La decisione è giunta nell’ambito di una procedura fallimentare di una società cagliaritana operante nel settore dell’edilizia. La banca ha chiesto al Giudice di potersi insinuare nel procedimento a fronte di crediti vantati verso la società, derivanti da un contratto di mutuo fondiario stipulato tra le parti in data 28 aprile 2006 e da uno scoperto di conto corrente, per il quale aveva emesso anche un decreto ingiuntivo.

Relativamente al mutuo in questione, però, il curatore fallimentare del cliente ha eccepito in giudizio irregolarità riguardanti sia la mancanza del documento di sintesi allegato che per la mancata indicazione dell’ISC o TAEG all’interno del contratto stesso.

Infatti il mutuo, essendo stato stipulato dopo la Delibera del CICR del 4 marzo 2003, avrebbe dovuto rispettare l’obbligo introdotto da tale delibera (e dalle successive disposizioni attuative di Banca d’Italia) di riportare l’ISC, un numero percentuale che racchiude in sé tutti gli interessi ed oneri connessi all’operazione. L’ISC è l’unico valore che permette al cliente, dunque, di essere perfettamente consapevole del costo complessivo del finanziamento, permettendogli anche un eventuale confronto con altre offerte presenti sul mercato.

Tale omissione, rappresentando non solo un inadempimento degli obblighi informativi e di pubblicità sulle condizioni economiche del credito da parte della banca, ma specialmente una violazione del contenuto principale del contratto stesso, che garantisce al cliente la comprensione di un dato fondamentale, ha significato per il Giudice la nullità del mutuo.

Non è stata ritenuta sufficiente nemmeno l’indicazione dei singoli elementi che concorrono a formare l’ISC, in quanto si tratta di un’elaborazione matematica che compete all’istituto finanziatore poiché nel suo calcolo viene considerato sia il tasso di interesse effettivo che tutte le spese accessorie del finanziamento. Il cliente, autonomamente, non può essere in grado di svilupparlo.

Nemmeno si può sostenere che l’ISC non sia quantificabile sino all’effettiva erogazione del credito, perché se nell’atto di mutuo è presente l’importo finanziato, l’ISC già in quella sede può e deve essere determinato in relazione alla somma pattuita.
La pronuncia del Tribunale di Cagliari ci ricorda dunque che nei finanziamenti stipulati a partire dal 1 ottobre 2003 l’ISC (o TAEG) è un valore che deve necessariamente essere segnalato dalla banca, a pena di nullità del contratto stesso.

Una mancata, o non puntuale indicazione dell’ISC alla data di stipula di un finanziamento può portare persino alla restituzione da parte della banca di tutti gli interessi ultra-legali indebitamente corrisposti.
 

23/04/2016 - Quando il Magistrato agisce in materia di mediazione civile sul binario della obiettività per i detrattori della mediazione la cosa non va bene e così scatta giustamente o la condanna o come in questo caso il ritorno in Mediazione!

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Aprile 2016 06:48 Scritto da Administrator Sabato 23 Aprile 2016 06:46

Poco importa  in quale grado di giudizio, il Giudice demanda le parti - a prescindere dalla obbligatorietà  o meno della mediazione - ad esperire il tentativo di mediazione,  al fine di promuovere una stabile composizione amichevole della controversia e di “RIDURRE I COSTI DEL CONTENZIOSO CIVILE”.  Un'interessante ordinanza quella emessa dai  magistrati: Rossella Boiti, Alberto Massimo Vigorelli e Francesca Fiecconi della Corte di Appello di Milano.

 

 

22/04/2016 - L’assenza dell’avvocato in mediazione comporta improcedibilità della domanda? Summum ius, summa iniuria – Trib. di Torino;

Ultimo aggiornamento Domenica 24 Aprile 2016 15:13 Scritto da Administrator Venerdì 22 Aprile 2016 12:41

"....nelle controversie riguardanti le materie elencate all'art. 5 comma 1 bis (per cui la mediazione è obbligatoria) chi intende agire in giudizio deve preliminarmente esperire il procedimento di mediazione "assistito da un avvocato".

Con la sentenza in esame del 30 marzo 2016 il Tribunale di Torino fa il punto su quali siano le conseguenze processuali nell'ipotesi in cui la parte partecipi alla mediazione senza l'assistenza dell'avvocato.

Il Giudice piemontese offre una interpretazione stretta e rigida della circolare del 27 novembre 2013 del Ministero della Giustizia, con particolare riguardo alla sezione intitolata "avvocati e mediazione", così chiarendo come nelle controversie riguardanti le materie elencate all'art. 5 comma 1 bis (per cui la mediazione è obbligatoria) chi intende agire in giudizio deve preliminarmente esperire il procedimento di mediazione "assistito da un avvocato".

La materia oggetto della decisione in esame riguardava l'invalidità e la nullità parziale di un contratto di conto corrente: l'attore conveniva direttamente in giudizio la Banca senza esperire il previo tentativo di mediazione, in una ipotesi obbligatoria ex art. 5 comma 1 bis D.Lgs. 28/2010, vertendosi in materia bancaria.

Il Giudice rilevava d'ufficio il difetto della condizione di procedibilità e quindi rinviava ad altra udienza per l'espletamento della procedura di mediazione nei termini di legge.

L'attore aderiva all'incontro fissato dall'Organismo di conciliazione con il solo consulente e senza l'assistenza di un avvocato.

Il Tribunale di Torino, nell'accogliere l'eccezione del convenuto (avere l'attore partecipato senza l'assistenza di un avvocato, in violazione della normativa vigente) dichiara improcedibile le domande di parte attrice e condanna l'attore al pagamento delle spese processuali.

A modesto parere dello scrivente una interpretazione così stringente e rigida del dettato normativo, unitamente ad una Circolare Ministeriale, peraltro non annoverabile tra le fonti del diritto, danneggia oltremodo l'istituto della mediazione civile e la ratio della procedura.

È necessario analizzare attentamente il D.Lgs. 28/2010 per capire come applicando un'interpretazione sistematica del predetto decreto, si può (forse si deve) giungere ad una diversa soluzione rispetto a quella a cui perviene il Tribunale di Torino: ci si riferisce, nella fattispecie, all'analisi dell'articolo 5 comma 1-bis in combinato disposto all'articolo 12, comma 1 nonché all'articolo 8, comma 1, per cui l'obbligo di assistenza tecnica, quale assistenza di un avvocato, non appare come obbligatoria ma come una facoltà in capo alle parti le quali volendo possono partecipare alla procedura della mediazione senza l'"assistenza di un legale" ma con l'ausilio di un diverso tecnico (come nell'ipotesi in commento)

Sebbene l'art. 8 comma 1, terzo periodo, prevede che "al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l'assistenza dell'avvocato".

L'art. 12, primo comma, prevede, con riferimento all'efficacia esecutiva dell'accordo amichevole, che "ove tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato, l'accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l'espropriazione forzata, l'esecuzione per consegna e rilascio, l'esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l'iscrizione di ipoteca giudiziale".

Dal tenore letterale e sistematico delle norme si può facilmente desumere come, nell'ambito della mediazione sia essa condizione di procedibilità che facoltativa, le parti potranno in ogni momento esercitare la facoltà di ricorrere all'assistenza di un avvocato, anche in corso di procedura di mediazione. In tal caso nulla vieta che le parti vengano assistite dagli avvocati solo nella fase finale della mediazione e che, quindi, i legali possano, ad esempio, intervenire per assistere le parti anche solo nel momento conclusivo dell'accordo di mediazione, nella misura in cui "gli avvocati attestano e certificano la conformità dell'accordo alle norme imperative e all'ordine pubblico".

Del resto, l'art. 4 d.lgs. 28/2010, dedicato all'accesso alla mediazione prevede soltanto che "la domanda di mediazione relativa alle controversie di cui all'articolo 2 è presentata mediante deposito di un'istanza presso un organismo nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. In caso di più domande relative alla stessa controversia, la mediazione si svolge davanti all'organismo territorialmente competente presso il quale è stata presentata la prima domanda".

Diversamente dal comma 1-bis dell'art. 5 il richiamato articolo 4 non impone che la domanda stessa sia presentata con l'assistenza dell'avvocato.

Pertanto non appare condivisibile l'orientamento posto in essere dal magistrato Torinese Dr.ssa Cecilia Marino. (di Cuzzola Paolo Fortunato)

tribunale-torino-30-04-2016-mediazione.pdf

 

OMCI R.O.M. 251

Ultimo aggiornamento Martedì 19 Aprile 2016 09:47 Scritto da Administrator Martedì 19 Aprile 2016 09:46

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Omci R.O.M. 251 Ente Formativo N°303

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