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OMCI - Organismo di Mediazione

Omci - Organismo di Mediazione e Conciliazione Italia

13
Marzo
2020

Divisione ereditaria: a chi spetta il pagamento della indennità di mediazione?

Tribunale di Lecce, sentenza del 04/02/2020;

Sintesi:  La sentenza in commento affronta un tema che viene spesso in rilievo nel corso delle mediazioni aventi ad oggetto una divisione ereditaria, ovvero a chi spetti l'onere del pagamento degli oneri di mediazione.
Il Tribunale di Lecce, posto in evidenza che solo nell'ambito di una mediazione si riescono ad affrontare, discutere e superare le rivendicazioni di carattere personale, che mai potrebbero essere analizzate nel corso di un giudizio, chiarisce che, poichè ogni erede rappresenta un distinto centro di interessi, ciascuno di essi è tenuto a pagare l'indennità all'Organismo, non valendo ad escludere tale obbligo il fatto che dal punto di vista sostanziale gli interessi di due o più parti coincidano. 
Lo scopo della divisione, infatti, è l'attribuzione a ciascuno della propria quota ereditaria, sì che ogni erede è portatore di un proprio particolare interesse, ancorchè questo possa essere simile o addirittura identico a quello di altri coeredi.
Ogni partecipante alla mediazione, quindi, è tenuto a pagare l'indennità; in quanto l'assunto "più parti, interessi astrattamente coincidenti, unica indennità" non è, nel caso di specie, applicabile.
Ciò, a maggior ragione, quando la non coincidenza degli interessi sia chiaramente desumibile dai verbali redatti durante il procedimento di mediazione.

Leggi la sentenza qui:

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Ultimo aggiornamento Domenica, Marzo 15 2020
  
05
Marzo
2020

La rappresentanza della parte in mediazione;

Tribunale di Cosenza, sentenza del 13/01/2020;

Sintesi: Quando a non partecipare al procedimento di mediazione è la parte attrice/istante la condizione di procedibilità ex. art. 5 D. Lgs. N. 28/10 non può considerarsi soddisfatta quando all’avvocato è conferita una procura processuale che non comprende la facoltà di sostituirsi alla parte. Questo, in primis, perché la mediazione è un procedimento esterno al processo. A nulla serve, dunque, una eventuale e successiva rettifica della procura giunta durante lo svolgersi del procedimento di conciliazione.

Leggi l'intera sentenza qui:

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Ultimo aggiornamento Domenica, Marzo 08 2020
  
26
Febbraio
2020

Il rapporto tra i costi della mediazione e quelli della negoziazione assistita;

Tribunale di Verona, ordinanza del 16/01/2020

Sintesi: Tra i criteri che devono caratterizzare tutte le procedure di ADR riveste un ruolo fondamentale quello del contenimento dei costi della procedura. La Cote di Giustizia europea con la sentenza n. 457 del 14 giugno 2017 ha ribadito che la procedura di conciliazione non deve generare costi ingenti per le parti. 
Dati questi presupposti, si può giungere alla conclusione che la negoziazione assistita, non potendo prescindere dall'intervento di un difensore, non comporta costi contenuti per le parti in causa. Il regolamento che disciplina la negoziazione, infatti, non prevede un contenimento dei costi neanche in quella circostanza in cui il lavoro dell'avvocato si arresti al semplice invio dell'invito/rifiuto al procedimento di negoziazione. Questo è in netto contrasto con quanto previsto in materia di mediazione. Il d.m. 180/2010 ha stabilito forti riduzioni del compenso per i casi in cui la mediazione costituisca condizione di procedibilità della domanda giudiziale ed una indennità fissa, di importo esiguo, per l'ipotesi in cui il procedimento si arresti al primo incontro.
Ciò in pieno assenso con quanto indicato a livello europeo.

Leggi la sentenza qui:

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Ultimo aggiornamento Mercoledì, Febbraio 26 2020
  
19
Febbraio
2020

Danno da sangue infetto, ospedale risponde per la mancata tracciabilità della sacca;

Cassazione civile, ordinanza del 17 gennaio 2020 n. 852/2020: la cartella clinica è un atto pubblico, personale medico e struttura sanitaria sono imputabili per negligenza desumibile dalla sua irregolare tenuta;

La cartella clinica è un atto pubblico che adempie alla funzione di diario del decorso della malattia e di altri eventi clinici rilevanti che, devono essere annotati contestualmente al loro verificarsi ed in maniera precisa e puntuale altrimenti il personale medico, sanitario e la struttura sanitaria sono imputabili per negligenza desumibile dalla sua irregolare tenuta. Nel caso di trasfusioni di sangue risulta fondamentale la tracciabilità della sacca di sangue trasfusa. È per tale motivo che la Corte di Cassazione, con ordinanza 17 gennaio 2020, n. 852, ha dichiarato il diritto al risarcimento del danno per il paziente che ha contratto l’epatite B a seguito di trasfusione di sangue infetto. Il danno da emotrasfusione o danno da contagio per via ematica indica il pregiudizio subito da un soggetto a causa di una o più trasfusioni infette o a causa della somministrazione di emoderivati erroneamente sintetizzati. Presenta delle peculiarità di disciplina ed è stato oggetto di particolare attenzione da parte della giurisprudenza tale da essere state emanate ben dieci sentenze a sezioni unite, dalla n. 576 alla n. 585, nel gennaio del 2008. Ma anche di recente (Cass. Civ. 18392/2017; Cass. Civ. 28991.2/2019)e, in particolare, è stato ribadito il principio che l’onere della prova è così distribuito: il danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto o il contatto sociale e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore; la struttura ha l’onere di provare di aver agito con diligenza, ad esempio dimostrando che le sacche di sangue utilizzate provenivano dai centri preposti alla fornitura, alla tracciabilità ed al controllo. Quindi, provata da parte del danneggiato la relazione causale tra condotta e lesione ( che nel caso di  un ricovero ospedaliero risulta semplice), l’onere della prova della causa non imputabile grava sulla struttura sanitaria. In tal caso la prova non poteva essere data per un comportamento ascrivibile alla stessa parte contro la quale il fatto da provare avrebbe potuto essere invocato, nel quadro dei principi in ordine alla distribuzione dell'onere della prova ed al rilievo che assume a tal fine la «vicinanza alla prova», è stato fatto ricorso alle presuzioni. Infatti, come affermato da consolidata giurisprudenza, “la difettosa tenuta della cartella clinica naturalmente non vale ad escludere la sussistenza del nesso eziologico tra la colposa condotta dei medici in relazione alla patologia accertata e la morte, ove risulti provata la idoneità di tale condotta a provocarla, ma consente anzi il ricorso alle presunzioni” (Cass. Civ., sez. III, 23 luglio 2003, n. 11316). Cosi la Cassazione nell’ordinanza dello scorso gennaio ha precisato che l’impossibilità di tracciare una sacca di sangue trasfusa comporta un’irregolarità nella tenuta della cartella clinica “cui può ricollegarsi l’affermazione di responsabilità contrattuale, con riguardo alla prova presuntiva”.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì, Febbraio 19 2020
  
16
Febbraio
2020

Modalità usate per il calcolo delle sanzioni inflitte dal Giudice in Mediazione ex art. 96 c.p.c. ex art. 116 c.p.c., ed altro;

Tribunale di Roma, sentenza del 20/01/2020

Sintesi: L’accordo proposto dal giudice è tendenzialmente più vantaggioso di una sentenza tanto in termini di tempo quanto di costi. Questo perché in caso contrario verrebbe meno lo spirito stesso dell’accordo conciliativo. Di conseguenza le parti non possono considerare l’accordo un mero “flatus vocis” e, seppur sono autorizzate a smembralo e modificarlo non possono, a priori, rifiutarsi di analizzarlo e valutarlo.
L'astrattezza delle pretese e degli obiettivi sperati si deve trasformare, davanti alla proposta, nell'esame ragionato e approfondito, ad opera delle parti, del concreto peso e valenza del materiale su cui la proposta si fonda.
Per tali ragioni alla parte che si rifiuta di prendere in considerazione quanto proposto dal giudice può essere irrogata la sanzione ex art. 96 cpc.
L’ammontare della somma deve essere rapportato: allo stato soggettivo del responsabile che ha rifiutato irragionevolmente ogni ipotesi conciliativa; alla qualifica ed alle caratteristiche del responsabile, persona fisica o giuridica che sia, ed alla sua maggiore o minore capacità anche in termini organizzativi, di preparazione professionale, culturale, tecnica, di assumere condotte consapevoli (si tratta di un parametro che riguarda la scusabilità, ove esistente, in misura maggiore o minore, della condotta censurata)

La Sentenza:

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Ultimo aggiornamento Domenica, Febbraio 16 2020
  
15
Febbraio
2020

14/02/2020: Attenzione all'impugnazione della delibera di scioglimento del condominio;

Tribunale di Velletri con la recente sentenza n. 143 del 22 gennaio 2020

Sintesi: Nel caso di delibera assembleare che abbia disposto lo scioglimento del condominio in due nuovi e distinti condominii la procedura di mediazione obbligatoria deve essere attivata nei confronti di questi ultimi, in persona dei rispettivi amministratori condominiali, e non verso il condominio originario, che ormai deve considerarsi non più esistente. In caso contrario la mediazione non può considerarsi utilmente attivata, con tutto ciò che ne può conseguire in ordine alla decadenza dall'impugnazione per il mancato rispetto del termine di trenta giorni di cui all'art. 1137 c.c..Questa la particolare fattispecie sulla quale è stato chiamato a esprimersi il Tribunale di Velletri con la recente sentenza n. 143 dello scorso 22 gennaio 2020. Scioglimento del condominio e mediazione Il caso concreto. Nella specie una condomina aveva deciso di impugnare la delibera con cui l'assemblea aveva disposto lo scioglimento del condominio in due distinti e separati condominii e aveva pertanto tempestivamente avviato la procedura di mediazione obbligatoria di cui al D.Lgs. 28/2010, invitando dinanzi all'organismo di mediazione il condominio in persona del suo amministratore pro tempore. Quest'ultimo tuttavia non si era presentato all'incontro e il mediatore era quindi stato costretto a redigere un verbale negativo (dal deposito del quale, stando alla posizione interpretativa maggiormente accreditata, decorrono ulteriori trenta giorni per l'impugnazione giudiziale).  Impugnazione delibera condominiale e mediazione. La condomina aveva quindi provveduto a notificare l'atto di citazione al predetto condominio. Nel relativo procedimento avevano però provveduto a costituirsi i due nuovi condominii sorti dallo scioglimento di quello originario, ciascuno rappresentato dal proprio amministratore, deducendo che il "vecchio" condominio non si era presentato all'incontro di mediazione in quanto non più esistente, essendo la delibera di scioglimento immediatamente efficace. Questi ultimi avevano quindi preliminarmente contestato la tardività dell'impugnazione per decorso del termine di trenta giorni di cui all'art. 1137 c.c. in quanto, secondo la propria tesi, lo stesso sarebbe decorso dal ricevimento del verbale assembleare da parte della condomina impugnante (assente alla relativa assemblea) e non sarebbe stato affatto interrotto dall'avvio della procedura di mediazione, non essendo la stessa stata svolta nei confronti dei due nuovi condominii sorti dallo scioglimento di quello originario. In un primo momento il Giudice, dopo avere addirittura sospeso l'efficacia della delibera impugnata, aveva provveduto a concedere alle parti i termini di cui all'art. 183, comma 6, c.p.c. e a istruire la causa con ammissione della CTU volta a verificare la possibilità di fruizione distinta dei due edifici risultanti dallo scioglimento dell'originario condominio. In sede di decisione, tuttavia, il Tribunale ha fatto propria l'eccezione preliminare di tardività dell'impugnazione, risolvendo quindi la causa su una questione prettamente processuale.  Mediazione in condominio. Quali sono i requisiti di procedibilità? Scioglimento del condominio e mediazione, la decisione del Tribunale di Velletri. Il Giudice laziale ha quindi ritenuto che la condomina avesse impugnato la delibera assembleare oltre i termini fissati a pena di decadenza dall'art. 1137 c.c.. Il Tribunale ha in primo luogo verificato se i vizi lamentati potessero rientrare tra quelli che comportano la dichiarazione di nullità delle deliberazioni condominiali e che, viceversa, proprio in ragione della maggiore gravità, non sottostanno al predetto limite temporale. Su questo punto si è soliti fare riferimento alla nota sentenza n. 4806/2005 con cui le Sezioni Unite della Cassazione hanno indicato i criteri in base ai quali distinguere tra i vizi che comportano la nullità delle delibere e i vizi che rendono le stesse soltanto annullabili (purché dedotti a mezzo dell'impugnazione entro i trenta giorni successivi all'assemblea o, in caso di assenza alla riunione, a partire dal momento in cui il condomino abbia ricevuto copia del relativo verbale). Proprio in applicazione dei criteri indicati dalla Suprema Corte, il Tribunale di Velletri, valutato che nella specie i motivi di impugnazione sollevati dalla condomina erano tutti riconducibili a ipotesi di annullabilità della deliberazione, ha ritenuto di dover verificare se fossero stati rispettati i predetti termini di cui all'art. 1137 c.c.. A questo proposito occorre ricordare come con l'introduzione del c.d. tentativo obbligatorio di mediazione per le cause condominiali di cui all'art. 5 del D.Lgs. 28/2010 il Legislatore abbia espressamente previsto che il predetto termine di decadenza possa essere interrotto dall'invito trasmesso alla controparte per la partecipazione a un incontro di mediazione presso un organismo accreditato presso il Ministero della Giustizia e che abbia sede nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. Per l'intera durata di questo procedimento il predetto termine rimane quindi per così dire congelato. In caso di conclusione negativa esso, secondo l'interpretazione maggiormente seguita, riprende quindi nuovamente a decorrere da tale data (in altre parole il condomino ha a sua disposizione altri trenta giorni per proporre l'impugnazione).  La mediazione nel condominio: Nel caso in questione, come detto, la condomina impugnante aveva avviato la procedura di mediazione e quindi, almeno dal suo punto di vista, aveva interrotto il termine di decadenza. All'esito negativo della procedura, la stessa aveva quindi notificato l'atto di citazione nel rispetto del nuovo termine di trenta giorni. Tuttavia, come eccepito dagli amministratori dei due condominii sorti all'esito dello scioglimento del condominio originario, solo quest'ultimo era stato invitato in mediazione e, quindi, a loro modo di vedere, la procedura era stata inutilmente avviata e, soprattutto, non poteva essere considerata idonea a interrompere il termine di cui all'art. 1137 c.c.. Il Tribunale di Velletri, come anticipato, ha fatto propria questa eccezione, rilevando a sua volta come la procedura di mediazione non fosse stata "regolarmente espletata (...) in quanto non instaurata nei confronti del soggetto legittimato passivo", essendo venuto ormai meno, per intervenuto scioglimento, il condominio alla stessa invitato. A sostegno di questa decisione il Tribunale ha quindi richiamato un interessante precedente di legittimità (Cass. civ., sez. II, 11 aprile 1995, n. 4156). In detta decisione la Suprema Corte, "appurato che la delibera che decide lo scioglimento del condominio, a norma degli artt. 61 comma 2 e 62 comma 2 Disp. att. c.c., non ha efficacia traslativa (reale)", ha stabilito che nel caso di impugnazione della delibera assembleare di scioglimento debba "trovare applicazione analogica l'art. 110 c.p.c. e che questa soluzione sia l'unica conforme con il sistema processuale". "Invero ", ha chiarito la Cassazione, "con l'espressione la parte "viene meno per causa di morte o per altra causa", il legislatore si riferisce non solo alla ipotesi di estinzione della persona fisica e della persona giuridica, ma altresì a qualsivoglia caso in cui la parte, per qualunque ragione, cessi di esistere quale soggetto (...) Una volta che, sul piano sostanziale, il condominio originario si scioglie e le cose, i servizi e gli impianti, che formano oggetto del diritto in condominio non restano in comune tra tutti i partecipanti, nella contitolarità si sostituiscono i singoli condomini facenti capo ai condominii separati.Sul piano processuale, la parte in giudizio (il condominio originario) "viene meno" ed è sostituito dai condominii separati e il processo non può proseguire tra le parti originarie".




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Ultimo aggiornamento Sabato, Febbraio 15 2020
  
12
Febbraio
2020

Mediazione obbligatoria: le conseguenze, non univoche, dell'indisponibilità;

La giurisprudenza appare variegata e non del tutto uniforme in merito alla portata dell'obbligo sancito dall'art. 5 del D.Lgs. n. 28/2010 ed alle conseguenze della sua inottemperanza, specie ove l'adempimento sia solo di facciata. Le divergenze si evidenziano non tanto nel caso del fallimento della procedura di mediazione, che, iniziata, si concluda negativamente a causa di una indisponibilità irremovibile di una o di entrambe le parti, bensì ove in sede di primo incontro informativo questa indisponibilità si palesi già riguardo alla stessa possibilità di entrare in mediazione. Questa resistenza talvolta è priva di spiegazioni, altre volte risulta accompagnata da motivazioni generiche e vaghe, spesso velate dietro formule divenute ormai pressochè di rito: "non ci sono le condizioni", "non c'è alcuna possibilità di entrare in mediazione", "la distanza tra le nostre posizioni è incolmabile", fino a sfociare talvolta in una anifestazione di volontà negativa secca e categorica. Riserviamo ad altra occasione ogni commento riguardo ai casi in cui il rifiuto sia in qualche modo condizionato dal difensore della parte, che con detto comportamento, ove non giustificato da inoppugnabili ragioni di diritto e di fatto, rischia di incorrere in responsabilità professionali e deontologiche gravi. In questa sede diamo quindi per presupposto che l'indisponibilità o il rifiuto sia espressione di un'inequivocabile volontà della parte-cliente.  È noto che durante il primo incontro il mediatore, dopo avere chiarito il proprio ruolo e le caratteristiche della procedura di mediazione, "invita le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento". È pacifico anche che "Quando l'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l'accordo" e che "Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'art. 116, secondo comma, del codice di procedura civile"[.Altrettanto pacifico deve ritenersi ormai in giurisprudenza che, perchè la condizione di procedibilità possa dirsi assolta, la procedura di mediazione debba essere effettiva e che a tal fine le parti debbano partecipare personalmente o tramite un delegato che non solo abbia la legittimazione a trattare e concludere un accordo, ma che abbia anche la necessaria conoscenza dei fatti; presupposto questo imprescindibile di qualsiasi conciliazione e, come tale, richiesto in tutte le ipotesi di interrogatorio libero e tentativo di conciliazione giudiziale disciplinato dal codice di rito. A. Quindi nessun dubbio nell'ipotesi in cui, in sede di primo incontro, le parti partecipino e, conclusa la fase informativa entrino subito in mediazione;
se questa si conclude negativamente anche nel medesimo primo incontro la condizione di procedibilià deve ritenersi avverata ai sensi dell'art.5 comma 2-Bis del decreto legislativo. B. Altrettanto pacifica appare l'ipotesi in cui una delle parti non si presenti (nè personalmente nè tramite un proprio procuratore sostanziale) neanche al primo incontro informativo e non aderisca alla procedura di mediazione;
il verbale sarà di mancato accordo ed il giudice valuterà l'assenza della parte e trarrà le proprie conclusioni ai sensi dell'art. 116, comma 2 c.p.c. C. I problemi interpretativi nascono nel caso in cui tutte le parti partecipino al primo incontro (così apparentemente escludendo l'ipotesi di cui all'art. 8 comma 4-bis, in virtù del quale il giudice può trarre argomenti di prova dalla mancata ed ingiustificata partecipazione della parte) ma una o entrambe si rifiutino di entrare in mediazione. In tal caso può ritenersi avverata la condizione di procedibilità ai sensi dell'art.5 comma 2-Bis che, come detto, la ammette anche nell'ipotesi in cui il primo incontro si concluda senza accordo? Questa è la conclusione cui è pervenuta la Cassazione con la sentenza 7 marzo 2019, n. 8473, che tuttavia è stata contraddetta e disconosciuta da diverse pronunce di merito, alcune (come quella del Tribunale di Firenze) di assoluto pregio. Ma ove si consideri avverata la condizione di procedibilità, la parte o le parti che abbiano rifiutato di entrare in mediazione sono suscettibili di qualche altra misura lato sensu sanzionatoria da parte del giudice? La prima tesi: Avveramento della condizione di procedibilità, Come detto questa tesi trova il riconoscimento da parte della Cassazione che nella sentenza n. 8473/2019, dopo avere ribadito la necessità della partecipazione personale delle parti ha affermato il principio di diritto secondo cui: "La condizione di procedibilità può ritenersi realizzata al termine del 1° incontro davanti al mediatore, qualora una o entrambe le parti, richieste dal mediatore dopo essere state adeguatamente informate sulla mediazione, comunichino la propria indisponibilità di procedere oltre". Assolutamente in linea con detto orientamento si è posto il Tribunale di Aosta che, con la sentenza del 12.03.2019 (R.G. 1273/2016) in un'ipotesi di opposizione a decreto ingiuntivo in cui l'opponente aveva sollevato l'eccezione di improcedibilità per mancato esperimento della procedura di mediazione, conclusa con esito negativo in sede di primo incontro informativo per indisponibilità dell'opposto, ha ritenuto assolta la condizione ai sensi dell'art.5 comma 2-Bis del D.Lgs n. 28/2010 "nulla rilevando [...] che una delle parti abbia apertamente rifiutato, nel corso di detto incontro, di entrare nel merito della procedura di mediazione". In linea con detto orientamento appare anche il Tribunale di Milano che, con la sentenza n. 4275/2019 del 3 maggio dello scorso anno ha ritenuto che "se la mancata partecipazione effettiva alla Mediazione comportasse l'improcedibilità, il legislatore non avrebbe previsto la disciplina di cui all'art. 8 comma 4Bis (aggiunto dal D.L. n. 69/2013) secondo cui < dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di Mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'art.116 2° comma c.p.c. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi di cui all'art.5, non ha partecipato senza giustificato motivo, al versamento [....] di una somma di importo corrispondente al contributo unificato...>". La seconda tesi: Differente opinione è stata espressa dal Tribunale di Firenze, che, ancora all'indomani della pronuncia della S.C. n.8473, ha rinnegato il sopra citato principio di diritto, ritenendo quell'interpretazione dell'art. 8 del D.Lgs. n. 28/2010 errata e non coerente con i principi costituzionali e con la normativa comunitaria. In particolare Cassazione avrebbe frainteso la norma e la sua ratio, finendo per rendere l'obbligo alla procedura di mediazione una mera formalità da superare quanto prima ed al minor costo. Come puntualmente rappresentato anche dal Tribunale di Firenze con la pronuncia dell'8 maggio 2019, l'art.8 in realtà prevede che in sede di primo incontro le parti ed i loro avvocati sono chiamati ad esprimersi sulla POSSIBILITÀ di iniziare la procedura di mediazione non già sulla loro VOLONTÀ o disponibilità ad entrare in mediazione . Secondo il Tribunale fiorentino, quindi, ove non vi siano preclusioni tecniche alla prosecuzione del procedimento (quali ad esempio problemi di competenza, difetto di legittimazione o di rappresentanza che inficino il contraddittorio e la procedura), ma le parti si limitino a dichiarare che "non sussistono i presupposti" o si rifiutino di proseguire la procedura ed entrare in mediazione, questa non si sarebbe effettivamente svolta e la condizione di procedibilità non si sarebbe avverata. Anche questa soluzione però lascia perplessi. Far discendere l'improcedibilità del giudizio dal rifiuto di conciliare o anche solo di tentare di conciliare sembra violare i principi stessi del nostro ordinamento ed in particolare quello della libertà, dell'autonomia negoziale delle parti, nonchè quello stesso della tutela giudiziale del diritto, costituzionalmente garantito. Non può infatti ipotizzarsi che sia stato così introdotto nel nostro ordinamento il principio dell'accordo ad ogni costo; un accordo che, in quanto frutto di pressione, sarebbe nullo per assenza di uno dei suoi requisiti essenziali. Questo aspetto è stato rilevato dal Tribunale di Milano che, consapevole del fatto che l'indisponibilità preconcetta debba essere sanzionata, ha ritenuto di individuare la sanzione nell'art.116 2° comma c.p.c. Il Tribunale meneghino, infatti, con la sentenza 3 maggio 2019, n. 4275 ha ritenuto che "se la mancata partecipazione effettiva alla Mediazione comportasse l'improcedibilità, il legislatore non avrebbe previsto la disciplina di cui all'art.8 comma 4Bis (aggiunto dal D.L. n. 69/2013) secondo cui < dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di Mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'art.116 2° comma c.p.c. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi di cui all'art.5, non ha partecipato senza giustificato motivo, al versamento ....di una somma di importo corrispondente al contributo unificato...>" D'altro canto anche alla luce dell'ultima pronuncia delle SS.UU. (ordinanza 16 settembre 2019, n. 23003) in tema di opposizione a d.i., che ha riconosciuto l'obbligo ad esperire la mediazione in capo all'opponente, seguendo il predetto principio si rischierebbe di affermare che non si sia avverata la condizione di procedibilità e quindi debba essere dichiarata improcedibile l'opposizione (con tutto ciò che ne consegue in termini di definitività del decreto ingiuntivo), ove in sede di primo incontro informativo il creditore opposto non si presenti o si rifiuti di entrare in mediazione. È evidente che così non può essere. Conclusioni: Una soluzione può individuarsi solo facendo attenzione al fatto che la condizione di procedibilità prevista dal legislatore non riguarda il giudizio ma solo la domanda. In ragione di ciò, il comportamento dell'opposto (o della parte non obbligata ex art. 5 del D.Lgs.) che rifiuti la mediazione non può inficiare in alcun modo la procedibilità della domanda dell'opponente (o dell'obbligato ai sensi del predetto medesimo articolo). Pertanto, fermo il principio che nessuno può essere costretto a conciliare nè a mediare,  fermo il principio che il comportamento preconcetto ed ostativo, che causi o protragga un processo, altrimenti evitabile, dev'essere sanzionato, fermo altresì il principio secondo cui la condizione di procedibilità deve ritenersi assolta solo ove la mediazione sia stata effettiva, sembra potersi concludere che:

  1. se la parte obbligata ex art. 5 del D.Lgs. non esperisce la mediazione, o non la esperisce effettivamente (non presentandosi personalmente o tramite un suo delegato sostanziale al primo incontro, o ancora rifiutandosi di entrare in mediazione) la condizione di procedibilità non potrebbe ritenersi assolta;
  2. ove il citato comportamento sia invece posto in essere dalla controparte, che non ha formulato (o non formulerà nel successivo giudizio) una domanda altrettanto soggetta all'obbligo di cui all'art.5, la condizione di procedibilità dovrebbe ritenersi assolta ed il giudice potrebbe valutare il comportamento della parte riottosa ai sensi dell'art.116 2° comma c.p.c.;
  3. ove le parti entrino in mediazione ma le trattative falliscano, il giudice dovrebbe valutare il comportamento delle parti in mediazione, specie in presenza di una proposta, ai fini della diversa condanna delle spese di lite, ai sensi dell'13 del D.Lgs. n. 28/2010;
  4. ove, infine, la mediazione abbia esito negativo perchè una delle parti non si presenta personalmente (o tramite delegato sostanziale a conoscenza dei fatti e della legittimazione ad disporre del diritto) varrebbe quanto detto ai punti 1) e 2) a seconda che si tratti dell'obbligato o della controparte.

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Ultimo aggiornamento Venerdì, Febbraio 14 2020
  
11
Febbraio
2020

Per la Corte d'Appello di Bologna l'onere di attivare la mediazione obbligatoria in caso di opposizione a decreto ingiuntivo incombe sul creditore opposto;

Corte d'Appello di Bologna, sentenza del 01/10/2019;

Sintesi: “Il creditore che opta per la tutela monitoria persegue il proprio interesse a precostituirsi un titolo esecutivo senza provocare il contraddittorio, il debitore ingiunto che intenda sottrarsi alla infondata pretesa del ricorrente non ha altro strumento di difesa che il promuovimento di un giudizio di opposizione, così adottando una iniziativa che lungi dall'essere intesa (e come tale penalizzata) la via lunga che preclude la via breve ostacolando gli obiettivi del legislatore, costituisce l'espressione del diritto di difesa costituzionalmente garantito”
Da ciò discende che l'onere di attivare la mediazione obbligatoria in caso di opposizione a decreto ingiuntivo incombe sul creditore opposto, con la conseguenza che il mancato tempestivo esperimento comporta l'improcedibilità della domanda creditoria fatta valere in sede monitoria.

LA SENTENZA:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE D'APPELLO DI BOLOGNA

Sezione II Civile
Riunita in Camera di Consiglio nelle persone dei Magistrati
dott.Maria Cristina Salvadori - Presidente rel.
dott.Stefano Marinelli - Consigliere
dott.Paola Montanari - Consigliere
nella causa civile in grado di appello iscritta al n.346/2019
promossa da
(...)
Rappresentata e difesa dall'avv. (...) con elezione di domicilio presso lo studio dell'avv. (...)
Appellante
contro
(...)
Rappresentata e difesa dall'avv. (...) con domicilio eletto presso il suo studio in (...)
Appellata
In punto a: appello avverso la sentenza del Tribunale di Modena n.1314/2018 in data 12.7.2018

Motivi della decisione

Con sentenza in data 12.7.2019, il Tribunale di Modena ha dichiarato improcedibile l'opposizione promossa da (...) avverso il decreto ingiuntivo emesso dallo stesso Tribunale in favore di (...) avente ad oggetto canoni di locazione, sul presupposto che l'opponente non aveva dato corso alla procedura di mediazione nel termine che il Tribunale, concessa la provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo e disposto il mutamento del rito da ordinario a locatizio, aveva all'uopo assegnato.
Avverso la suddetta sentenza (...) ha proposto appello censurando la sentenza nella parte in cui aveva individuato nell'opponente a decreto ingiuntivo, anziché nell'opposto, la parte tenuta a promuovere la mediazione.
(...) si è costituita in giudizio contestando il fondamento dell'appello e questa Corte, all'udienza del 24.5.2019, ha deciso la causa come da dispositivo di cui ha dato lettura in udienza.
L'appello è fondato.
Va premesso che l'art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010 pone a carico della parte che intende promuovere in giudizio un'azione relativa ad una delle controversie elencate al comma 1 bis, tra cui le locazioni, l'onere del preventivo esperimento del procedimento di mediazione che costituisce condizione di procedibilità della domanda giudiziale e, al comma 4, esclude dal preventivo procedimento di mediazione, tra gli altri, il procedimento per ingiunzione compresa la opposizione a decreto ingiuntivo fino alla fase di pronuncia sulla provvisoria esecutorietà del decreto opposto, ma non indica a carico di quale parte (opponente od opposto) incomba questo onere nelle cause di opposizione a decreto ingiuntivo.
Di qui la difficoltà interpretativa che ha dato luogo a contrapposti orientamenti in dottrina ed in giurisprudenza: 1) da un lato quello sostenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.24629/2015, richiamata nella sentenza impugnata che ad essa ha aderito, secondo cui l'onere di esperire il tentativo di obbligatorio di mediazione verte sulla parte opponente la cui iniziativa processuale incide negativamente sul principio della ragionevole durata del processo cui si ispira la ratio dell'art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010; 2) d'altro lato l'orientamento opposto, tuttora seguito da una parte della giurisprudenza di merito, secondo cui l'onere di attivare il procedimento di mediazione grava sulla parte opposta in quanto titolare della pretesa creditoria azionata in sede monitoria e quindi attrice in senso sostanziale.
Il mancato esperimento della procedura di mediazione produce diverse conseguenze a seconda che si aderisca all'uno o all'altro dei suddetti orientamenti in quanto per il primo 1'improcedibilità investe l'opposizione a decreto ingiuntivo con conseguente definitività del decreto ingiuntivo, mentre per il secondo l'improcedibilità travolge il decreto ingiuntivo.
La Corte ritiene di aderire al secondo orientamento in base alle seguenti considerazioni che muovono, preliminarmente, dalla formulazione letterale dell'art.
5 D.Lgs. n. 28 del 2010 che pone l'onere del preventivo esperimento del procedimento di mediazione a carico di "chi intende esercitare in giudizio un'azione relativa ad una controversia in materia di ....... .locazione..........".
La parte che agisce in sede monitoria chiedendo ed ottenendo un decreto ingiuntivo esercita l'azione a tutela della propria pretesa creditoria attivando una procedura sommaria in cui il contraddittorio è posticipato e meramente eventuale, rimosso alla iniziativa del debitore ingiunto che, ove intenda contestare la pretesa creditoria del ricorrente, propone opposizione a decreto ingiuntivo, instaurando così un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto la originaria pretesa creditoria riconosciuta nel decreto ingiuntivo e nel quale la posizione processuale delle parti si inverte rispetto alla posizione sostanziale in quanto la parte opposta, processualmente convenuta, è sostanzialmente attrice quale titolare della stessa pretesa creditoria, dapprima introdotta con il ricorso per decreto ingiuntivo e poi sottoposta all'esame del giudice secondo le regole dell'ordinario giudizio di cognizione.
Il criterio per l'individuazione della parte onerata della mediazione non può prescindere dalla titolarità dell'azione, cioè della pretesa fatta valere in giudizio.
Gli argomenti con i quali la Corte di Cassazione nella citata sentenza sostiene l'opposta soluzione non sono condivisi da questa Corte, in primo luogo per l'effetto premiale che viene riconosciuto all'opposto per avere egli scelto, attraverso il ricorso per decreto ingiuntivo, "la linea deflattiva coerente con la logica dell'efficienza processuale e della ragionevole durata del processo", considerato (nel ragionamento della Suprema Corte) più meritevole dell'opponente il quale, promuovendo il giudizio di opposizione "adotta la soluzione più dispendiosa, osteggiata dal legislatore".
In verità si può replicare che mentre il creditore che opta per la tutela monitoria persegue il proprio interesso a precostituirsi un titolo esecutivo senza provocare il contraddittorio, il debitore ingiunto che intenda sottrarsi alla infondata pretesa del ricorrente non ha altro strumento di difesa che il promuovimento di un giudizio di opposizione, così adottando una iniziativa che lungi dall'essere intesa (e come tale penalizzata) la via lunga che preclude la via breve ostacolando gli obiettivi del legislatore, costituisce l'espressione del diritto di difesa costituzionalmente garantito.
L'inconveniente rappresentato dalla Suprema Corte, secondo cui "non si vede a quale logica di efficienza risponda una interpretazione che accolli al creditore del decreto ingiuntivo l'onere di effettuare il tentativo di mediazione quando ancora non si sa se ci sarà opposizione allo stesso decreto ingiuntivo" è l'effetto di una lettura non corretta della norma in esame; invero, poiché il 4 comma dell'art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010 esclude testualmente l'applicazione dei commi 1 bis e 2 "nei procedimenti per ingiunzione inclusa la opposizione fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione", l'onere di attivare la mediazione sorge solo quando l'opposizione a decreto ingiuntivo è stata già proposta ed il giudice si è già pronunciato sulla provvisoria esecuzione del decreto.
Nella fattispecie, pertanto, (...) avrebbe dovuto promuovere il procedimento di mediazione entro il termine assegnato dal Tribunale, investito dell'opposizione a decreto ingiuntivo (e quindi della cognizione piena sulla sua originaria domanda), nel termine assegnato dal Tribunale con l'ordinanza in data 10.4.2017 con la quale, concessa la provvisoria esecuzione del decreto opposto e disposto il mutamento del rito, il Tribunale aveva assegnato il termine per l'esperimento del procedimento di mediazione.
Il mancato esperimento della mediazione ha quindi comportato la improcedibilità della domanda creditoria fatta valere in sede monitoria, con conseguente declaratoria di nullità del decreto ingiuntivo opposto. Tenuto conto della peculiarità della questione trattata, in relazione alla quale si registrano contrapposti orientamenti giurisprudenziali, ricorrono le condizioni di cui all'art. 92 c.p.c. per dichiarare la compensazione fra le parti di entrambi i gradi di giudizio.

P.Q.M.

In accoglimento dell'appello proposto da (...) nei confronti di (...) avverso la sentenza del Tribunale di Modena n. 1314/2018, dichiara la improcedibilità della originaria domanda monitoria di parte appellata e revoca il decreto ingiuntivo opposto.
Dichiara la compensazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio,
Così deciso in Bologna, il 24 maggio 2019.
Depositata in Cancelleria il 1 ottobre 2019.

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Ultimo aggiornamento Martedì, Febbraio 11 2020
  
07
Febbraio
2020

Le sanzioni per chi, in questo caso il convenuto, non partecipa alla mediazione!

Tribunale di Velletri, sentenza del 05/01/2020

Se la parte, nel caso di specie il convenuto, non partecipa alla mediazione e costringe l'attore ad incardinare un giudizio evitabile, il giudice può applicare la sanzione prevista dall'art 96 cpc ed ex art. 116 cpc.
Ciò soprattutto nella circostanza in cui dalla mancata partecipazione alla mediazione discende la nascita di un giudizio che, altro non fa, se non caricare sull'attore esborsi che potevano essere evitati con il corretto esperimento della procedura stragiudiziale.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di VELLETRI


Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Maurizio Colangelo _ ha pronunciato la seguente

SENTENZA

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Ultimo aggiornamento Sabato, Febbraio 08 2020
  
02
Febbraio
2020

Ecco cosa succede per la mancata partecipazione alla mediazione?

Tribunale di Vicenza, sentenza del 16/04/2019

Sintesi: La presenza personale della parte è requisito indispensabile per il corretto svolgimento della mediazione. Qualora una delle parti decida di non partecipare alla mediazione e, al contempo, non giustifica la sua decisione con una adeguata motivazione, il giudice la condanna al versamento di una somma di denaro pari al valore del contributo unificato (art. 8, 4 bis, del D.lgs. 28/10). A ciò, inoltre, si aggiunge anche la possibilità di sanzionare la parte anche ai sensi dell’art 96 comma 3 c.p.c.
Leggi la sentenza qui:

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì, Febbraio 06 2020
  

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